— E promettimi che tu darai contro a chiunque de’ miei si ribellasse a Roberto Macham, se a lui toccasse in ventura di uccidermi; giura che gli farai scudo del tuo petto, se alcuno, per amore soverchio di me, volesse farmi sleale dopo morto contro il mio ospite.

— Ah, molto mi chiedete, messere; — gridò Lanzerotto, straziato. — Ma lo volete; lo farò. Così il cielo vi assista, come io vi obbedirò in ogni caso peggiore.

— Or bene, ho il tuo giuramento. Qua la mano e vattene! Ma non temere — soggiunsi per confortarlo — ucciderò, non sarò ucciso. Or vanne laggiù, dove una povera morta attende gli ultimi uffizi dalla pietà dei superstiti.

Lanzerotto si allontanò obbediente da noi.

— Siete un leal cavaliere! — esclamò Macham, poichè fummo soli. — Ma tutto ciò era inutile. M’è di peso la vita.

Ciò detto, si piantò al suo posto e tolse dalla cintola il lungo ed affilato coltello, che era parte necessaria de’ suoi arnesi marinareschi. Io trassi del pari il mio e rimanemmo un pezzo, in atto di difesa e di aspettazione, taciturni, immoti, l’uno spiando negli occhi dell’altro i moti, i disegni, il punto propizio all’attacco. Nessuno aveva a giungere questa volta per trattenerci la mano. Ah! la voce di Anna accorrente lassù mi risuonava ancora all’orecchio, e lunge dallo intenerirmi, rinfiammava il mio odio, la mia voluttà di ferire.

Cominciò allora tra noi un combattimento alla guisa dei Catalani. L’ira chiusa, concentrata nel profondo, non turbava, soccorreva gli assalti, confortava la vigilanza, guidava gli infingimenti, assicurava gl’impeti nostri. Volendo ognuno di noi la vita dell’avversario, non uscimmo in colpi frequenti; solo mirammo a recarli mortali. Egli fu primo a muovermi incontro, ma il suo braccio diede nel mio e le coltella s’incrociarono; donde avvenne che egli spiccò un salto indietro per rimettersi in guardia. Assalii a mia volta e, finti due colpi ai fianchi, ne vibrai uno di sopra mano, che avesse a trovargli il sommo del petto; ma il suo braccio fu abbastanza sollecito al riparo, e la mia lama si piantò nel lacerto lussureggiante di muscoli. Io la ritrassi intinta di sangue.

— Non è nulla, non è nulla! — mi disse egli, raccogliendosi. — Or ora avrò il tuo!

E balzò furibondo sopra di me. Io già avevo fatto il mio proposito; ma egli non se ne addiede, acciecato dall’ira. In cambio di parare, cansai l’urto, traendomi rapidamente da banda, e, come mi fu giunto a paro, me gli avvinghiai alla vita, cacciandogli il ferro nel fianco. Egli stramazzò, non so bene se svigorito dal mio colpo, o tratto dall’impeto del suo medesimo assalto; ed io gli fui sopra, puntellandogli nelle reni il ginocchio e correndogli colla manca alla gola. Bene tentò egli di ferirmi, e sentii la punta del suo coltello sfiorarmi al basso dell’omero; senonchè, così inchiodato a terra, gli venian meno le forze. Egli fu un istante che io avrei voluto risparmiarlo; ma un pensiero orrendo, sacrilego, mi corse allora alla mente, come di farlo morire dannato, e senza più gl’immersi il coltello nel cuore.

— Grazie! — mormorò egli. — Che Iddio mi perdoni!