Ah! lo rammento, lo vedo ancora, lo sento corrermi per tutte le fibre, lo sguardo che egli mi volse in quel punto. Tutto il mio sangue intorpidito, già presso a congelarsi, riarde e si rimescola; sdegno e pietà, rabbia e rimorso, mi combattono insieme. Fu egli perdonato? E lo sarò io? Macham, mio animoso nemico, il tuo fu peccato d’amore. Mi odiavi, come io te; ma se io fossi caduto sotto il tuo ginocchio, se il tuo ferro m’avesse trovate e distrutte le fonti della vita (che certo sarìa stato miglior fine a’ miei mali) avrei io avuto la virtù di ringraziarti e di volger l’anima al cielo? Non so.

Un flotto di sangue uscì gorgogliando dalle sue fauci; gli occhi errarono incerti, smarriti, nuotanti tra vita e morte; indi si arrovesciarono e il lume delle pupille si spense; un rantolo si udì, s’irrigidirono ad un tratto le membra; era morto.

Inorridii a quella vista e forsennato mi diedi a fuggire. Strani terrori mi assalsero; sentii da principio come un vuoto dintorno e dentro di me, un gran vuoto, un terribile vuoto; indi presero a rombarmi le orecchie, ed il suono, fioco da prima, crebbe, incalzò, sorse a fragor di tempesta. Nè manco tormento mi veniva per gli occhi, innanzi a cui si rappicciolivano le cose, si sformavano tutte parvenze, si sprolungava a dismisura la via. Da un albero all’altro correa tale distanza, che il varcarla mi pareva da più di mie forze, e, sebbene io n’andassi a furia giù per la china, sentivo rattrappirsi le ginocchia e i piedi restarsi inchiodati. Orribil visione! Ogni tronco che mi si parasse davanti era un insuperabile ostacolo; ogni ramo che mi sfiorasse era un braccio proteso per arrestarmi. E dietro a me la cascata mettea voci di maledizione; la selva tutta mi si stringeva, mi ruinava sul capo, e fremiti, e sibili, ed ululati senza posa, mi gridavano alle spalle: Caino!

Un’ombra mi venne incontro, misi un grido, tentai di fuggire, ma invano. Era Lanzerotto, e le sue parole amorevoli mi ricondussero in me. Egli aveva tutto indovinato, però non mi fece domanda, e, toltomi il coltello intriso di sangue che ancora stringevo nel pugno, rasciugato il sudor freddo che mi grondava dalla fronte, mi sorresse tra le sue braccia e mi guidò alla capanna. Il luogo era deserto, imperocchè, temendo contraria la sorte del combattimento, egli aveva mandato i miei uomini, non so con quale pretesto, alla spiaggia.

Giunto colà, mi tornò in mente la morta. Svincolatomi dalle braccia del mio còmito, corsi là dentro. La camera era triste, muta, solenne come un santuario. La spera del sole penetrava dubitosa dal secco fogliame delle pareti, dipingendosi in malinconici riflessi su quel letto funereo, dal cui capo pendeva la ghirlanda di fiori immortali che io avevo intessuta pochi giorni innanzi per lei. Ahimè! i fiori erano freschi tuttavia, ed ella era là, morta, sotto quel bianco lenzuolo.

Tremante mi prostrai, stesi la mano e rimossi il lembo geloso che quegli, spento a sua volta, aveva tratto in alto a coprirla. Il viso dell’amata mi riapparve allora bianco, freddo, inanimato, ma bello. Così m’era apparsa leggiadra, due mesi prima, nella sua città natale, sotto l’arco della chiesa, ov’io non avevo veduto che lei. Erano chiusi que’ grandi occhi neri, che guardavano lunge, come anelanti a più lontane regioni, perduti nella contemplazione d’un mondo invisibile. Ah, in quel mondo posavano essi oramai! Su quella fronte ampia, nitida, perlata, non scintillava più lo smeraldo, ma il sole scendeva ancora co’ raggi amorosi a baciarla, scherzava pur sempre nelle brune trecce disciolte. La morte aveva suggellata in quel viso e in tutti i riposati contorni della persona quella forma di bellezza marmorea, che tiene lo sguardo e commuove di arcani desiderii lo spirito. Nè morta pareva, bensì dormente; ond’io stetti a contemplarla immoto, trepidante, frenando il respiro, quasi per tema di turbarle quel suo placido sonno.

Dov’era in quel punto l’anima tua, o Anna, o unica e sola donna che amai, divina immagine che la mia mente ha ritenuta, per inebriarmi le lunghe e dolorose vigilie? Errava essa intorno alla sua spoglia mortale? E mi vide allora, mi lesse qui dentro gli affanni, i rimorsi, le angoscie d’un amor disperato? Mi udì essa, quand’io, tratto fuor di me dall’acerbità dello spasimo, presi a favellarle come a persona viva, a chiederle una parola, una sola parola di perdono e d’affetto? A me parve che que’ severi lineamenti acquistassero moto, che quelle sopracciglia si corrugassero, che quelle labbra si atteggiassero a rimprovero. Nè più potendo resistere alla piena del dolore, mi strinsi al capezzale, posi le labbra affannose su quelle mani fredde, su quelle labbra smorte, su quel seno, ahimè, senza battiti. Un brivido mi corse per l’ossa; una voce arcana mi disse sacrilego, e balzai indietro atterrito. Il bel viso era macchiato di sangue; intriso di sangue era il lenzuolo funereo; del sangue di Macham che io le avevo recato, estremo bacio del suo misero amante. Io li avevo divisi in vita; io stesso li ricongiungevo nella morte. M’investì un freddo acuto; vacillai gridando e caddi come corpo morto; stramazzai sul terreno.

Ciò che avvenisse poscia, m’è oscuro. Ben parmi di ricordare alcune cose, ma interrotte e sbiadite, come ombre di sogno. Vedo una fossa scavata ai piedi dell’albero e due corpi sepolti l’uno al fianco dell’altro. Vedo me stesso, ginocchioni, in atto di guardare istupidito i marinai che gettavano terra in quel vano, e di balbettar preci confuse; indi la capanna disfatta, un tumulo eretto a guisa di rustico altare, due tronchi foggiati a croce sovr’esso, ed una pietra che reca scolpiti due nomi, con una breve preghiera ai venturi. Sì, questa io la vedo ancora; ella dice così: «Pregate per essi, e per chi sopravvive.»

Più oltre non so, non ricordo più nulla di quel luogo e di que’ giorni, più nulla! Altro non vidi, o più non conobbi. Una gran notte, siccome nebbia sul mare, era discesa su me.

XIII.