Che fu del mio senno? Quanto durarono in me quelle tenebre? Tra esse, un fioco raggio, un barlume fuggevole, mi lascia scorgere una immensa distesa d’oceano, cielo e mare in tempesta, uno schifo trabalzato di continuo sui flutti e null’altro.

Quando finalmente tornai in me stesso, fu uno stupore che mal saprei ora descrivere. Non ravvisavo alcuna cosa dintorno; riviveva il concetto del presente, non la memoria del passato, nell’animo mio; però mi stetti lunga pezza trasognato a guardare quella caligine che man mano si venìa dissipando davanti ai miei occhi, e la nuova scena mirabile che ne era, come per incantesimo, emersa.

Vidi anzitutto un cortile, aperto nel fondo e spazioso, ricinto sui tre lati da lunghe file di svelte colonne intrecciate a spire, sulle quali si giravano archi eleganti, rigonfiati al basso, rotondati agli spigoli da marmorei cordoni, raggentiliti da bei trafori interposti, da fregi condotti in capricciosi meandri di fiori e fogliami, di animali stranissimi e di leggende scolpite in caratteri ignoti. Sotto uno di quegli archi io stavo seduto, e di rincontro a me, nell’ampio cortile, nel mezzo d’un pavimento fatto a musaico, poggiata sul dorso di quattro leoni, s’innalzava una vasca, donde spicciava un lieto zampillo d’acqua, vagamente ricadendo in pioggia minuta. Più oltre scorgevasi un folto aranceto, dietro il quale una ricca famiglia di palme spingeva in alto i fusti ronchiosi, agitando mollemente i verdeggianti fiabelli; più oltre ancora, ricise e spiccate su d’una lista d’azzurro sbiadato e di porpora, tondeggiavano cupole scintillanti d’oro, si rizzavano guglie di minareti, correano merlature, biancheggiavano torri e tetti sovrapposti di vicine città.

Da quello spettacolo, che m’avea colmo di meraviglia, ritrassi gli occhi a guardarmi dintorno. Un uomo sedeva al mio fianco, Lanzerotto, il mio còmito, il mio compagno di sventura. Alla sua vista sentii per gran tenerezza stemprarmisi il cuore; volli parlare, ma non mi venne fatto, e caddi nelle sue braccia, dando in uno scoppio di pianto.

— Ah! — gridò egli giubilante. — Mi ravvisate finalmente, messere?

— Sì, mio buon Lanzerotto. Ma che è egli ciò ch’io vedo? Ho forse sognato? Bristol, la tempesta, l’isola malaugurata.... Ah, vero pur troppo! — esclamai, notando l’aria dolente del mio vecchio compagno. — Ma che avvenne egli poscia? Dove siamo noi ora?

— A Tangia, messere, nella casba dello sceicco Abderaman, detto l’Emiro del mare.

— Prigionieri! ma come?

— Sì, prigionieri! — rispose. — Ci eravamo imbarcati sul palischermo rimastoci. Io volevo afferrare il capo di San Vincenzo, e voi, messer Gentile, sebbene assai giù dell’animo, avevate assentito. Ma, dopo due giorni di navigazione, il mare ci ha traditi, si è voltato a burrasca, con un vento di traverso che ci ha spazzato via la nostra unica vela. Così in balìa de’ marosi, siam venuti in deriva a dar nella costa de’ Mori, e da due mesi siam qui prigioni a Tangia, costretti a lavorare la terra, come servi di pena. Ah, messere! Io non mi dolsi tanto di questa sciagura, quanto di veder voi così fuori di senno, che ad ogni istante ho temuto non vi si vendesse al mercato, come uno schiavo disutile. Egli è vero bensì che ho faticato per due e che la nostra sorte non fu la peggiore che potesse toccare a cristiani, tra questa gente infedele.

— E i nostri compagni?... Rubaldo, Ogerio, Ingone, Buonvassallo, ove sono?