— Venduti, condotti a Mequina. A noi due è giovata la pietà d’una donna.
— Ahi — esclamai, sentendo a quel nome di donna rimescolarmisi il sangue.
— Sì, — continuò Lanzerotto — la compassione ha parlato al cuore di Fatimè, della leggiadra figliuola di Abderaman, la quale ci ha voluti a’ suoi servigi, e ogni giorno ci è larga di cortesi parole, che ci fanno parer meno grave il peso della nostra catena. Ma venite, messer Gentile; sebbene la sferza dell’aguzzino non sia fatta per noi, ci bisogna pur sempre mostrarci volonterosi al lavoro.
Seguii Lanzerotto nel contiguo giardino, ov’egli, di marinaio diventato giardiniere, attendeva alle sue cure campestri. Egli era lieto, il mio buon Lanzerotto, lieto come se avesse in quel giorno ricuperata la libertà. Ma questa, secondo lui, non poteva indugiar molto, poichè io avevo ricuperata la ragione. Ancora non sapeva in che modo saremmo usciti di là, ma non gli pareva più tanto malagevole impresa. Frattanto mi veniva informando delle consuetudini del luogo e di tutte quelle notizie che aveva potuto raccogliere; tra l’altre, della sorte toccata alla mia galèra, che aveva naufragato sulle coste vicine e la marinaresca era stata ridotta in servitù dallo sceicco di Màmora.
Sull’ora del tramonto, mentre io mi disponevo ad inaffiare alcune piante che il mio compagno m’aveva additate, s’udì poco lunge un fruscio di vesti e un suono confuso di voci donnesche.
— Ecco la figlia di Abderaman! — mi bisbigliò Lanzerotto.
Ella scendeva, seguìta dalle sue schiave, a diporto in giardino, ed io la vidi allora, snella e leggiera, comparire fuor da una siepe di gelsomini. Mi parve, anzichè donna, un indistinto di zendado e di seta, d’oro, d’argento e di monili. Infatti, giusta la foggia delle donne moresche, ella indossava un luogo guarnello bianco, da cui traspariva la gonna di seta porporina, e sovr’essi una tunica azzurra, aperta a largo scollo sul petto, che tutto era celato da una collana a più filze di perle. Ampie e diffuse le ricadeano a mezzo il braccio le maniche di tòcca bianca, intessuta di argento; un rosso cintiglio sprangato d’oro si girava mollemente attorno ai fianchi e un gran velo candido e lieve involgevale il sommo della persona, ma senza nascondere i contorni del viso e il nereggiar delle ciglia.
Lanzerotto le era andato incontro, ad offerirle umilmente un mazzo di fiori che egli aveva raccolti. Io non intesi ciò che egli dicesse nel breve colloquio che ebbe con lei; ma al certo ei ragionava del suo compagno di sventura, imperocchè la giovinetta, dopo averlo attentamente ascoltato, s’inoltrò verso di me e, guardatomi con occhi amorevoli, mi rivolse la parola in quel mescolato idioma, che serve agli accontamenti del cristiano coll’arabo e col giudeo, in tutti gli scali d’Africa e d’Asia.
— Gentile lavora? — mi chiese ella sorridendo.
Io m’inchinai confuso, in atto d’ossequio.