— So il tuo nome, — soggiunse, — e il tuo stato tra’ cristiani. Non ti logorare in questi umili uffizi; le tue mani son fatte per trattare la spada, e nella casa di Abderaman, l’Emiro del mare, non è ignota la pietà, nè il rispetto, pe’ cavalieri tuoi pari.

— Che il cielo dia allegrezza alla sua nobil figliuola! — risposi, ponendo la mano sul petto e chinando la fronte.

Il mio augurio al certo non le spiacque, imperocchè ella, sollevando cortesemente un lembo del velo, mi lasciò scorgere la guancia, che s’era tinta del color della porpora; indi si allontanò, proseguendo il suo cammino, leggiera e graziosa come una gazzella. Io rimasi impensierito al mio posto.

Ogni giorno, sul tramonto, ella veniva così pel giardino e, nel passarmi daccanto, mi dicea sempre qualche leggiadra parola, ora per rallegrarsi con me della ricuperata salute, ora per ringraziarmi de’ fiori diligentemente scelti e foggiati ad eloquente idioma d’amore (io nol seppi allora per fermo) che Lanzerotto commetteva a me di offerirle.

— Se voi volete, messere, noi fuggiremo; — mi disse un giorno il mio còmito.

— E come? troppo alte sono le mura e ben salde le porte.

— Sì, ma l’amore ha scale d’ogni misura e magiche parole per gli usci ferrati.

— Che dici tu ora! — esclamai stupefatto.

— Dico, messere, che voi siete amato.

— E da chi?