Bel complimento invero per la dama alla quale egli andò a chieder l'onore di una mazurca.
Della signora Argellani, che era là seduta a sostenere gli assalti della ammirazione verbosa di otto o dieci cavalieri, le galanterie foggiate a madrigale, e gli inni ristretti, lampeggiati in languide occhiate; della signora Argellani, dico, si notava la nobile compostezza, si levavano a cielo le risposte leggiadre, si respiravano avidamente i sorrisi. Uccisa dai caritatevoli rimpianti delle donne, ella rinasceva nello spirito innamorato degli uomini. E chi aveva ardito dire ch'ella fosse imbruttita, se era anzi bellissima, e nessuna delle più celebrate per eccellenza di forma poteva entrare a paragone con lei? Che occhi profondi! che profilo delicato! che collo voluttuosamente tornito! E giù una filatessa di pregi, in lingua pigliata a prestanza dal pittore e dallo scultore. I signori uomini sono assai materiali quando nei loro crocchi ragionano delle bellezze di una donna, e ci hanno del brutale nella loro ammirazione.
Ma brutale o no, l'effetto era grande. Perfino la rinomata bellezza della marchesa Bianca aveva impallidito dinanzi alla regale maestà di persona della nuova venuta, e dinanzi alla divina serenità di quel viso. Fu insomma un subisso, una battaglia campale, una vittoria per quella rinnovata bellezza che appariva d'improvviso, tremenda, irresistibile, giusta il biblico paragone, come oste schierata in campo.
«Non ti scordar di me» dicevano umilmente i suoi fiori; ma il trionfo oltrepassava que' modesti desiderii. In quella che taluni si pentivano d'averla dimenticata, il suo regno era assicurato su salde basi nel cuore di tutti. Ella rientrava loricata, catafratta, in quella società dove il suo petto inerme aveva ricevuto un colpo terribile, e dond'era uscita semiviva; vi rientrava col cuore sano, libero e forte, educata dai suoi danni a conoscere uomini e donne, a non amare nè odiare; magnanima, non fiaccamente pietosa; superba, non orgogliosa, come colei che sapeva la sua forza e si sentiva di tutti a gran pezza migliore.
E nessuno la aveva intesa, quella pericolosa guerriera; nessuno aveva indovinato il segreto dell'anima sua generosa.
Cotesto doveva tornar fatale al Percy.
Il giovinotto aveva fatto male i suoi conti, come tutti coloro che lasciano far d'abbaco alla propria vanità. Meglio per lui se avesse dato ascolto alla vergogna, la quale gli diceva di non osare. Ma la vanità era a tortura; la gelosia di quella donna che era stata sua, rinasceva più gagliarda, quanto più gli altri tutti la dicevano bella e colle parole e con gli occhi. Gelosia e vanità lo persuasero a ridiventar tenero; dopo essere stato villano. Infine, per chi era il dolce richiamo di quei fiorellini simbolici che le adornavano tutta la persona, se non per lui, per l'antico ed unico amante? Se ella avesse incominciato un romanzetto amoroso col suo medico, siccome era stato bisbigliato da qualcheduno, perchè sarebbe venuta alla festa da ballo? E perchè, dato il caso di un capriccio che l'avesse fatta uscire dal suo eremo, perchè il medico, che pure dicevano essere un giovanotto, non c'era anche lui? No, no, il medico non c'entrava punto; quell'amore sbocciato di fresco tra una ricetta e una toccata di polso, era una calunnia bella e buona; Luisa non amava nessuno; dunque….
Il dunque veniva pe' suoi piedi; dunque ella poteva amar lui, anzi lo amava ancora, non aveva mai tralasciato di amarlo. Que' fiori erano una confessione ed una preghiera: o non era quella una donna che aveva aspettato di ripristinarsi in salute, per tornare, armata di tutto punto, fresca e bella come prima, a ripigliarsi il suo? Sì certo, la era così, non poteva essere altrimenti.
Fatti tra sè questi bei ragionari, Percy colse il momento che potè dirle due parole da solo, e fattosi animo le susurrò questa frase:
—Mi permettete di venire ad implorare perdono?