—Non in tutte, signor dottore!—gridò il duca di Marana.—Qui Ella casca in una materia nella quale io mi tengo baccelliere. In ogni città si può passeggiare e curiosare, non già distrarsi. La vera distrazione e' bisogna andarla a cercare molto, ma molto lontano, e non certamente nei ristretti confini dell'Europa.
—In India, per esempio, come ha fatto Ella!—disse Luisa sorridendo.
—Appunto, in India. Colà si vive una vita nuova, ed io non ho potuto dimenticare l'antica se non colaggiù. In ogni città di Europa, il sole, il tramonto, la luna, e tutte le ore della giornata mi richiamavano alla mente ore simiglianti vissute a Madrid, e colle ore mi rinnovavano nel cuore i maledetti stringimenti di una travagliata giovinezza. Le conversazioni, i teatri, le passeggiate di Parigi, di Vienna, di Napoli, mi mettevano sempre sotto gli occhi le tertullie, i teatri, il Prado della mia nativa città. Il raffronto mi perseguitava dovunque; la negra cura saliva in arcioni con me, e mi guastava il piacere del correre; un cappellino di donna elegante che io vedessi a passare per via mi faceva giungere all'anima i dolori che m'erano già derivati da un altro cappellino e da un'altra veste di seta. La conformità del costume in tutti gli angoli di questa vecchia Europa non mi dava pace nè tregua.
Una parentesi, e sarà breve. In quella che il duca di Marana proseguiva il suo ragionamento, Guido cercava uno sguardo di Luisa. Ma gli occhi della signora cansavano sempre i suoi. Percy le era seduto vicino, e la dardeggiava di malinconiche occhiate; ella sorrideva ai discorsi del Marana e poi andava a finire il sorriso dal lato di Percy. Le era caduto il fazzoletto, e Percy s'era chinato sollecitamente a raccoglierlo: donde i muti ringraziamenti e gli inchini scambievoli.
Il cuore di Laurenti durava un'aspra guerra, una tortura così acerba da togliergli perfino la coscienza di sè.
—E dica, signor di Marana,—soggiunse egli,—come è venuto a capo di distrarsi dalle sue cure laggiù? Come ha potuto dimenticare?
—La contento in poche parole. In India c'è, sto per dire, un altro sole; almeno ei non rassomiglia punto a quello d'Europa. Là non c'è tramonto; l'astro maggiore se ne va dall'orizzonte insalutato hospite, e al giorno succede improvvisa la notte. C'è già dunque il risparmio delle malinconie del crepuscolo. Là, il dramma è la guerra cogli uomini e colle fiere; la conversazione si fa colle tigri, delle quali si odono i ruggiti in lontananza. I fiori di quella regione non ricordano i mazzolini di rose e viole che si offrivano in Europa ad una bella spensierata o crudele; le jungle di folti bambù e di liane avviluppate in giganteschi festoni non le rammentano i querceti dove Ella è andato a nascondere i suoi primi dolori. Io là, signor Laurenti, ho amato Sumitra… un elefante sul cui dorso andavo alla caccia della tigre, e il cui barrito mi annunziava l'appressarsi del nemico. Ad Ellora ho ammirato i templi scavati nel sasso, e mi piacquero quelle immani divinità dai mille piedi, dalle mille braccia, e dal viso terminato in proboscide, poichè non arieggiavano nessuna fisonomia di cristiani. Insomma l'ho detto, la natura è al tutto diversa colà, e la dea della bellezza, che da noi si chiamerebbe Venere ed avrebbe il viso bianco, laggiù porta il nome di Lacmi, ed è tutta dal capo alle piante di color cioccolatte.
—Ella ne parla con molto affetto, dell'India!—soggiunse la signora
Argellani.
—Sì, perchè io le sono debitore della pace dell'anima. Ero infermo e l'India mi ha risanato. Ero partito dall'Europa colla morte nel cuore, e sono ritornato pieno di vita, e così forte che ho potuto rivedere Madrid senza tristezza, e le persone che mi avevano fatto patire, senza che il mio cuore accennasse con un battito più frequente di averne sentito la vicinanza.
—Veda che strano concatenamento di pensieri e di cose!—esclamò Laurenti.—Ella parla dell'India, signor duca, ed io ci andrò tra pochi giorni….. sebbene io non abbia da andare a cercarvi altre medicine che quelle della sua flora così ricca e svariata.