Finalmente giunse la sera. Gli amici, dopo un'ultima libazione, per render propizio Nettuno, e dopo lunghi e ripetuti abbracciamenti, si separarono da Guido sulla calata del porto. Egli scese col Giacomo in un canotto, che si allontanò subito dalla riva a furia di remi, poichè l'ora era tarda, e la caldaia dell'Amerigo Vespucci accennava coi suoi nuvoli di fumo di non aver tempo da perdere.
XXIII.
Intenderà l'agonia di Guido Laurenti colui il quale s'è violentemente strappato dalla sua terra, col duro proposito di non tornare mai più.
Triste cosa, acerbo strazio dell'anima sferrare dal lido e dover dire: ecco, è l'ultima volta che io vedo tutto ciò! La rondine lascia per terre lontane il nido saldato con tanta assiduità di cure al trave della casa ospitale; ma come l'anno è trascorso, la rondine torna a pispissare, con l'ali aperte e ferme, dintorno al nido abbandonato. L'uomo che lascia la patria, a lui cara per le consuetudini della vita, cara per la ricordanza dei dolori, l'uomo che rompe di tal guisa la trama sottile de' suoi affetti, soffre, io mi penso, come la pianta che, divelta dal suolo, lascia nel profondo le sue più dilicate radici. Il cuore sanguina, e il patimento non si disacerba col piangere; regna anzi sul volto una calma severa, ma dentro ribolliscono, lava ardente, le collere tutte, i rancori, i furori dell'anima.
La notte era alta, e la vaporiera s'innoltrava brontolando nella fosca distesa del mare. I passeggieri, gente assai tenera della propria salute, erano scesi nel salotto per non buscarsi infreddature. Guido solo rimaneva sul cassero di poppa, seduto, colla testa sprofondata nel cavo degli omeri, che si appuntellavano forte al capo di banda del piroscafo, e cogli occhi aggrondati, che guardavano verso terra.
Genova, quantunque vicina, non si vedeva già più. I contorni della montagna erano spariti, confusi nel buio dell'atmosfera, e in cambio di quel mirabile anfiteatro di palazzi e di case variopinte che è così bello a vedere di giorno, si scorgeva un fantastico anfiteatro di bagliori, disposti a capricciosi scaglioni in un fondo d'azzurro cupo. Parevano stelle, fuochi fatui, sospesi a centinaia sulla superficie del mare.
Qualcheduno dei passeggieri radunati nella sala di prima classe, si dilettava a suonare il cembalo, e le gaie battute di un valzer giungevano fino agli orecchi di Guido. Ma quali pensieri danzavano nella sua mente, al suono di quella musica? Tristi pensieri; danza turbinosa.
Dov'era in quel momento Luisa? Egli non ne aveva più chiesto al Giacomo: ma certo ella era sulla via di Firenze. Non voleva pensare a lei, e ne discacciava sdegnosamente l'immagine; ma quella immagine, figlia del suo spirito infermo, gli tornava a balenare negli occhi, ed egli invano tentava di chiuderli, come il fanciullo allo spesseggiare dei lampi in una notte tempestosa, dappoichè la luce penetrava le palpebre e gli ripeteva quella sensazione molesta.
Fu una notte tormentosa, a gran pezza peggiore delle altre, come quella che gli recava i primi dolori della disperazione. Tutto era finito; gli ultimi stami erano recisi: nè più speranza, timidamente vagheggiata nel profondo del cuore, di mutate venture; nè più agio a pentimenti della sorte capricciosa; la sentenza era irrevocabile, chiuso il libro dei fati.
Giunse l'alba, e il povero condannato era tuttavia seduto al suo posto, cogli occhi sbarrati, ma senza veder punto quel miracolo di bellezza che è lo spuntar dell'aurora in alto mare.