—Mando un saluto ad un amico, ad un maestro. Costui, signora, fu grande e fu umile. Hanno innalzato un monumento al suo ingegno; nessuno lo ha fatto al suo cuore, che fu più grande dell'ingegno a gran pezza. Povero e venerando amico! Vivo, lo avevano fatto commendatore; si ascoltavano le sue parole come altrettanti responsi; ed era onore grandissimo accompagnarsi con lui per le vie; ma una bronchite ha rotto il filo a tutte le ammirazioni, a tutti gli ossequi. Ossequi ed ammirazioni, si sono raccolti, sdebitati in questo marmo; l'affetto solo non reputa di avere saldato il suo debito alla rara bontà dell'animo, che faceva di quest'uomo un consolatore degli afflitti, la provvidenza degli sventurati. Imperocchè quest'uomo, o signora, è morto povero in una casa presso che vuota: quello che egli possedeva, lo avevano i bisognosi; la grande autorità ch'egli avrebbe potuto mettere a frutto per sè medesimo, fu sempre spesa a profitto d'altrui.
—Non siate adunque egoista,—soggiunse intenerita la donna gentile,—e consentite che anch'io metta la mano su questa rosa, per associarmi coll'animo al vostro tributo affettuoso. Ora voi, colle vostre parole, mi dimostrate che non è tutto menzogna in questi luoghi, come avevate detto pur dianzi.
—Ho io detto ciò in forma assoluta? No certo. E poi, anche il mio ricordo, che cos'è? La virtù di quest'uomo vive nelle mie ricordanze, ma come una pallida immagine del passato. Io, che l'ho amato come un padre, io vivo senza di lui, non sento la necessità di stargli daccanto. Gli altri, poi, e parlo dei buoni, leggono le sue opere, ma non hanno bisogno di salutar vivo l'autore. Vengono qui a caso, guardano con reverenza la sua tomba, e poi se ne vanno a desinare, forse un tal po' melanconici, per la visita fatta alla casa della morte, ma senza mandar giù un boccone di meno. Questa è la morte, o signora, e questa è la vita.—
Fecero alcuni passi in silenzio, chè ognuno dei due ci aveva da meditare su quel tema. Là presso era una porta, che metteva, per un ampio giro di scale, ad una galleria superiore. E per di là Guido fece salire la signora, affinchè ella cansasse la fatica di una lunga rampa all'aperto.
Sull'ultimo pianerottolo di quella scala, si apriva lateralmente una di quelle gallerie chiamate, con nome latino, colombarii; lunga sequela di nicchie aperte nei fianchi delle pareti, nelle quali si mettono le casse, e che poi si chiudono con un accoltellato di mattoni, sul quale si dà l'intonaco, e si appiastra l'epigrafe col suo numero d'ordine. Questa dei colombarii è la forma più triste della morte.
La signora Argellani, guidata dal medico, entrò nell'aria soffocata del colombario, e le si strinse il cuore alla vista di quella bassa vôlta, di quelle pareti le quali parevano doverla opprimere, man mano che si fosse inoltrata in quell'andito.
—Ohimè!—disse ella, guardando compassionevolmente quelle nicchie.—Come si ha da stare a disagio qui dentro! E non c'è fiori, non ghirlande, che dimostrino il memore affetto dei parenti e degli amici, a questi poveri rinchiusi!
—Che volete, signora? Si dimentica presto. C'è un'ora di viaggio, a venire fin qua.
—Ah, ecco delle foglie secche;—soggiunse ella;—gli avanzi di un mazzolino!
—Povera Caterina!—esclamò Guido, fermandosi a guardare là dove s'era fermata la signora.