—Il suo modo di argomentare, perdoni, non è solamente un tantino paradossale;—osservò il sottoprefetto;—ma è grandemente ingiusto verso di Lei.—

Il complimento era girato bene; ma il priore non ci si lasciò cogliere.

—Non creda, commendatore, non creda. Ci ho un po' di chiacchiera che inganna; ma è tutto spolvero, praticaccia, senza alcun lume di scienza. Ho studiato poco, da giovane, ed ho lasciato correre, da uomo maturo. Tornando alla questione, io, senza dottrina e senza trattati la ragiono così. Che cos'è questo diritto sociale? Come lo intendono loro, non è altro che la giustificazione di tutte le tirannie, levate di mano a Tizio e Caio, e date in custodia al signor Tutti, un benedetto uomo il quale non sa mai che cosa si voglia. La società vuol questo; la società vuole quest'altro; qui non si può stare perchè l'interesse sociale non lo permette; di qui non si può escire, perchè l'interesse sociale non lo consente. Se studio l'arabo, la società vuol far di me un professore; non mi serve a nulla il dire che l'ho studiato per mio gusto; debbo essere professore, l'interesse sociale esige che io lo sia, affinchè un altro professore possa dar dell'asino a qualcheduno e dichiararmi un intruso nel gran tempio del sapere. Perchè c'è anche il tempio, coi rispettivi penetrali e il rispettivo sacerdozio. La società si tratta bene, con la rettorica per maestra di casa. Ma in nome di Dio, bisognerebbe che c'intendessimo sul valore delle parole e sulla definizione dei doveri. Ci abbiamo invece una dozzina di scuole, se non più, ognuna delle quali interpreta tutto a suo modo. Un giorno erano dottrinarii; oggi son tutti sperimentali; domani saranno tutti evoluzionisti; dottrinari che ammettevano questo e negavano quest'altro, scindendosi in varie chiesuole; sperimentali che negavano questo e ammettevano quell'altro, spartendosi anche loro in tanti laboratorii; evoluzionisti, che ammetteranno e negheranno ogni cosa, per far la strada pulita e ritornare da capo. Prima avevamo l'individuo libero, anzi allo stato selvaggio e nato, magari Dio, senza levatrice; poi venne, o tornò, l'uomo schiavo di tutte le autorità ideali e materiali, dalla formola del filosofo alla chiamata del questore (scusi, veh, ma questa è storia per sommi capi); adesso abbiamo l'uomo libero da capo, e tutte le teoriche a bollire nella medesima pentola. Sciogliere, legare, accentrare, decentrare, libero arbitrio e impulso fatale, probabilità e necessità, leggi scaturite dal fatto, fatti rampollati dalla legge, l'ovo prima della gallina e la gallina prima dell'ovo; io, per me, credo sia tutto un intruglio, un sacco d'invenzioni più o meno felici, per esercitare i rètori moderni e intrattenere i curiosi. Credo anch'io a certi doveri, ma d'indole negativa, come il non far male a nessuno. Credo ancora che il fare del bene sia una bella e nobile cosa; ma anzi tutto, che cosa sono la nobiltà e la bellezza? Armonia di linee, equilibrio di facoltà, dicono i moderni. Appunto per ciò, la nobiltà è un fatto, non una legge. Se pure lo fosse, noi potremmo mettere tra i contravventori i cinque sesti dell'umanità. Veda un po' che razza d'armonie! C'è anzi dei filosofi che le chiamano antinomie, e ci hanno bravamente già costrutto un sistema. Ella si annoia, commendatore…. Non mi dica di no; lo vedo, lo sento, e finisco. Noi siamo qui oltre una dozzina d'uomini, i quali, in tanta confusione d'idee, abbiamo creduto savio partito di tirarci da banda. Aggiunga che la società ci annoiava; tutti, qual più, qual meno, abbiamo avuto a dolerci della società, o di qualcheduno dei suoi, e ci siamo allontanati dal giuoco. Eccoci qua in un convento laico, come ha detto benissimo Lei. Questa è la vita in pochi, e perciò facilmente accomodata al gusto di tutti gli interessati, con norme accettate volentieri da ognuno. Viviamo in pace rispettosa con le leggi del paese, paghiamo le tasse, non domandiamo d'essere riconosciuti come un ente morale; agli occhi della società siamo e non siamo. In compenso della nostra modestia, le domandiamo una cosa sola; di non parlarci delle sue tirannie, battezzate col nome di doveri positivi. Vede, avevamo un tiranno, Mastino II della Scala, capitato qui non so come, forse come un avanzo d'eredità toccata agli antichi frati di San Bruno. Anche dipinto, quel tiranno ci dava noia; lo abbiamo messo alla porta, lo abbiamo relegato nel parlatorio, là presso al ponte, perchè se la dica coi forestieri, lasciando in pace noi altri.—

Il padre Anacleto non era stato mai così sciolto di lingua, nè così fiero e sarcastico. Ma già, voi l'avete capito, o lettori; il padre Anacleto aveva perdute le staffe. E intanto che snocciolava le sue massime, dentro di sè il padre Anacleto pensava a tutt'altro; per esempio al padre Agapito, che era andato fuori col padre Prospero e col padrino Adelindo.

—Per non lasciarli soli!—

Questa era la frase detta dal converso. E questa frase gli si era scolpita davanti agli occhi, come il famosissimo Mane Thecel Fares agli occhi di Baldassare.

—Per non lasciarli soli!—

E in questo pensiero si andava crucciando il nostro degno priore. Perchè? Mettete che fosse per amore del buon ordine e della serietà del convento, frutto di quella tale abitudine di sorveglianza, che fa scorgere un guaio in ogni piccola novità. Il pensare in questa guisa sarà anche un fargli cortesia, poichè egli stesso credeva di crucciarsi per quella sola ragione.

Frattanto, il sottoprefetto si disponeva a rispondergli.

—Ella ha parlato eloquentemente. Sì, mi permetta di dirlo, eloquentemente! Ma Lei mi perdonerà se io mi permetterò di soggiungere che anco Cicerone e Demostene….