—È vero;—notò il padre Agapito, arrendendosi all'evidenza dell'argomento;—non si potrebbe mandar via un uomo più cortesemente di così. Ma vediamo se non c'è di meglio. Mi viene un'idea.
—Quale?—gridarono tutti.
—Mandare laggiù un tale a cui non si possa dire: "scusate, fra mezz'ora siamo da voi." Il padre Prospero, per esempio! Lo destiamo, lo armiamo in guerra e lo avventiamo come un brulotto nei fianchi del nemico.—
L'idea piacque, anzi fece furore tra gli astanti. S'intende che il padre Marcellino va messo in disparte; anzi, vi aggiungo che se ne andò pei fatti suoi, dopo aver salutata quella mattìa dei colleghi con un benevolo sorriso.
I tre congiurati rientrarono in chiesa. Il padre Prospero, fortunato lui, russava beatamente nella sua fida poltrona. Ed essi a fargli intorno un chiasso indiavolato, saltando, gridando, sventolandogli i fazzoletti sul viso. Ma il padre Prospero resisteva virilmente all'assalto. Lo presero allora per le mani, che teneva incrociate sul ventre, e gli gridarono all'orecchio un visibilio di sciocchezze.
—Fratello Prospero, svegliatevi; brucia il convento.
—Chi dorme non piglia pesci.
—Chi veglia alla luna e dorme al sole, non acquista roba, nè onore.—
Il padre Prospero finalmente si scosse.
—Amici,—disse egli, aprendo gli occhi e richiudendoli subito,—ego dormio, sed cor meum vigilat.