—Come? Che vuol dir ciò? Perchè non siete andato?—chiesero, l'uno dopo l'altro, i suoi compagni importuni.

—Signori, ho pensato meglio. Quel che farà il priore sarà ben fatto; e quel che piacerà alla mia nepote piacerà anche a me. Ho detto, e me ne vado a dormire. Almeno…. se potrò riprender sonno, dopo le vostre interruzioni.—

E il padre Prospero fece proprio così come aveva detto. Andò a sdraiarsi nella sua poltrona, e non volle più sentir altro.

XVIII.

Il lettore che è giunto fin qua, con una pazienza e con una cortesia di cui debbo rendergli grazie, vorrà sapere che discorsi facessero insieme il padre Anacleto, priore di San Bruno, e il monachino Adelindo. Li ha visti fermarsi, andare di costa, fermarsi da capo, sempre in atto di persone infervorate nella conversazione, e certamente s'immagina che dovessero parlare di cose molto gravi.

Ma per allora non c'era nulla di questo. Anzi, debbo confessare che quel modo di andare e di gesticolare non era altro che una trovata dei due personaggi, a cui dispiaceva di essere seguitati. Era una specie di quel giuoco che si fa tra due amici per via, quando si vuol cansare l'intromissione d'un terzo; del terzo incomodo, come è stato battezzato dall'uso.

Il guaio si fu che quella mimica, con cui dovevano tener lontani i compagni, fece ridere il padrino e ridere di consenso il priore. Per un dialogo serio, si cominciava bene, come vedete! Ma già, solo a vederlo, quel grazioso monachino, passava la voglia dei discorsi uggiosi, e veniva quella, dirò così, di mangiarselo, come si mangia un marzapane.

Ridendo a quel modo, giunsero presso un sedile di pietra, a cui faceva ombra una pianta d'alloro. Il serafino biondo si fermò sui due piedi.

—Che cosa sono queste gravi cose che avete a dirmi, signor priore? Sedete là, come si conviene alla dignità dell'ufficio, mentre io starò in piedi davanti a voi, da quel povero novizio che sono.—

Le parole erano di celia, ma non dissimulavano abbastanza una certa inquietudine nervosa, che si era impadronita del monachino.