—Dev'essere stato un gran simpaticone, quel vostro amico!—osservò il serafino.—Egli aveva la manìa del sapere; perciò merita tutta la mia stima. E a lui, signor priore, rispondevate come ora a me, continuando a schermirvi?

—Pazzerello!—esclamò il padre Anacleto, volgendo un'occhiata amorevole al serafino, e reprimendo in pari tempo un sospiro.—Bisognerà contentarvi ad ogni costo. Sappiate dunque che io non mi sono accorto fin d'allora che non era vero. Anzi, ho sofferto molto, da principio. Credevo di non doverne guarire mai più. L'amore…. Ma scusate, padrino; questi non sono discorsi da farsi a voi.

—Perchè?

—Perchè siete giovane, molto giovane, e non siete passato ancora per queste trafile. Stando qui, poi, non dovrete passarci.

—Ah!—gridò il serafino.—Resterò dunque?—

Il padre Anacleto si scosse, come uomo che d'improvviso si sveglia.

—Scusate;—diss'egli;—non pensavo ora a questa necessità…. dolorosa. Voi uscirete, padrino Adelindo. Perchè, infatti, che cosa rimarreste a far voi, nell'eremo di San Bruno, in questa solitudine di giovani vecchi, in queste tenebre anticipate, mentre tutto risplende intorno a voi, mentre tutte le voci del creato vi salutano e vi richiamano alla vita?

—E mentre tutto mi scaccia di qui, incominciando da voi, non è così?—chiese il serafino.

Il priore stette un istante perplesso.

—No, non è proprio così. Io non vi scaccio; è la forza delle cose che vi consiglia a ritornare nel mondo.