—Per richiamarvi appunto al vostro debito di gentiluomo;—replicò il padre Anacleto.—Mi avete detto villania, e ne chiamo a testimoni i vostri colleghi. Signor Mario Novelli,—proseguì con accento severo il priore,—appese alla parete della mia cella ci sono due lame di Toledo e due canne Lepage. E questo per farvi intendere che, se accetto le osservazioni di tutti, non ammetto le insinuazioni di nessuno.

—Poveri noi!—gridò il padre Marcellino, in mezzo al tumulto che le parole del priore avevano destato nella comunità.—Non ci mancava più altro.

—Conte Gualandi del Poggio,—rispondeva frattanto il padre Agapito, o se vi torna meglio, il signor Mario Novelli,—sono a vostra disposizione.

—Ma no, non è possibile!—gridarono parecchi, cercando d'intromettersi.—Un po' di calma, signori! Non facciamo uno scandalo.

—È necessario;—rispose il padre Restituto.—Il priore ha provocato.

—Che provocato!—ribattè il padre Anselmo.—Si è difeso contro un ingiurioso sospetto.—

La lite era per inasprirsi anche fra le seconde parti. Ma il priore la troncò subito con queste gravi parole:

—Signori, vi prego! Per qualche ora almeno, sono ancora il vostro superiore. Usatemi la cortesia di tenervi neutrali e lasciate a me la cura di sciogliere le questioni che mi risguardano. Signor Novelli,—proseguì, rivolgendosi al padre Agapito;—eccovi i miei padrini: il signor Giorgio Verna e il signor Nello Altoviti.—

Così dicendo, additava il padre Anselmo e il padre Bonaventura.

Il padre Agapito s'inchinò. E rivolgendosi ai due che gli erano stati indicati, disse loro: