—Che frase alfieresca! V'imiteremo anche noi, rispondendovi: subito, spada, qui.

—Grazie!—disse il padre Anacleto.—Aspettiamoli, dunque.

—Eccoli appunto;—ripigliò il padre Anselmo, segnando col capo tra le piante, donde appariva il padre Agapito, seguito dai padri Restituto e Ilarione.

Gravi ambedue, i padrini di Mario Novelli; gravi come si conveniva alla dignità dell'ufficio e alla solennità del momento. Uno di essi, il padre Restituto, portava tra mani le due spade di Toledo, spiccate allora dalla parete, nella cella del padre Anacleto.

—Conte,—disse egli,—abbiamo scelto le vostre per una semplicissima ragione. Non ce n'erano altre abbastanza buone in convento. Del resto, quantunque voi le abbiate forse maneggiate anni fa, non ci consta che in due anni, dacchè siete a San Bruno, vi siate mai più esercitato con esse.

—Nemmeno con semplici fioretti;—rispose il padre Anacleto.—Del resto, quelle due lame non mi sono servite mai. Erano il ricordo prezioso d'un amico d'infanzia, d'un compagno d'armi, e non ho voluto separarmene.

—Benissimo;—replicò il padre Restituto.—Anche il signor Novelli dichiara di esser fuori di esercizio da un anno. Sicchè, le condizioni sembrano pareggiate abbastanza.—

Fatte queste ed altre poche parole con la fredda urbanità analoga al caso, i padrini scelsero il terreno lì presso, ed assegnarono i posti ai combattenti. Intanto il padre Tranquillo, medico e chirurgo della comunità, si giovò del sedile, per deporvi, debitamente aperta, la busta dei ferri. Il fratello Giocondo, nominato suo aiutante, era andato a prendere acqua alla fontana, e tornava con la secchia ripiena, dando occhiate in qua e in là, con un'aria melensa da non si dire.

Il padre Anselmo, come più pratico di quei negozi, fu per comune accordo dei colleghi nominato maestro di combattimento. Egli, perciò, entrando subito nella dignità dell'ufficio, prese le due spade, le misurò l'una contro l'altra, e, dopo averle poste in croce sul forte delle lame, le porse al padre Restituto. E questi, indettato dal maestro di combattimento, andò a presentarle dalla parte della impugnatura, ai due combattenti. Una ne prese il conte Gualandi del Poggio, senza badarci più che tanto; l'altra andò al signor Mario Novelli.

—Signori,—disse allora il padre Anselmo, facendosi avanti con un fioretto in pugno, come simbolo della sua autorità,—avremmo stabilito volentieri uno scontro al primo sangue, trattandosi di una provocazione fatta senz'astio, in un momento di collera, e dopo tutto in famiglia. Ma perchè l'arma, con poca varietà di colpi, ha molta varietà di conseguenze, il dire primo sangue non vorrebbe dir nulla, potendo anche darsi che una sferzata violenta, su qualche muscolo importante, riescisse più grave per la continuazione del duello che non una vera puntata, quando non penetrasse più di due o tre centimetri. Vogliano scusare questo linguaggio, poco amabile in verità, ma necessario per la chiarezza della cosa. Abbiamo dunque pensato di rimettere la cessazione del combattimento all'arbitrio del chirurgo, secondo la gravità delle lesioni.—