—O all'equatore; nientemeno. Ma, per questa volta, ho cansati gli estremi;—disse il signor Prospero, dando, senza volerlo, una rifiatata di contentezza.—Vi prego, Don Ettore, di presentare i miei ossequi alla contessa e alla contessina.

—Grazie, e voi ricambierete i miei alla signorina Adele. Quella cara e bella fanciulla! Si è tanto parlato di lei, in questi venti giorni!…

—Oh, lo credo, lo credo; ci amate tanto! Don Ettore, son proprio felice di avervi stretta la mano.—

E scappò via, il signor Prospero, con una leggerezza, di cui, a vederlo, così tondo com'era, non lo avreste creduto capace.

—Diavolo d'un Gentili!—esclamò il conte Gamberini, vedendoselo guizzar di mano, vispo ed allegro come un pesce, che abbia mangiata l'esca senza restare all'amo.—Non ha l'aria di canzonarmi? E dopo la bella impresa del convento dei matti! Che facce toste! Ma già, questi villani rifatti, perchè hanno i milioni, si credono lecita ogni cosa.—

Con questo ragionamento, da cui potrete argomentare che la contea dei Gamberini non valeva un milione, il signor conte si ricattò dell'aria canzonatoria del signor Prospero. Il quale, dopo tutto, non voleva canzonare nessuno, ma solamente mostrarsi tetragono agli assalti della maldicenza di Castelnuovo Bedonia.

—Se credete che mi lasci prendere in giro da voi altri!—diceva egli tra sè.—Non sono un'aquila, è vero; ma neanche uno struzzo, da mandar giù ogni cosa. Del resto, ridete pure dei fatti nostri. Abbiamo due milioni di dote, e possiamo rider noi con più gusto. Ma via, al diavolo i Gamberini, e andiamo dal sottoprefetto. Povero cavaliere! Come sarà contento di vedermi! La nostra scappata gli aveva proprio guastate le uova nel paniere. Ma ora…. Ora gli si porta una buona notizia, da rimettergli il sangue nelle vene. Notizia, veramente, no. Ma sta a lui di cavare un costrutto dal nostro ritorno. Quanto a me, gli dò il mio consenso in formis et modis. Adelina duchessa! In verità, nessuna donna porterà la corona meglio di lei. Signori, la eccellentissima duchessa di Francavilla, nepote del commendatore Gentili. Come è dolce, questo titolo di commendatore! Il cavaliere lo è meno; ha del comune, del dozzinale! Va, ecco tutto; va; e non fa fermare la gente. Signor Prospero! ehi, dico, signor Prospero, un po' di calma! Siamo arrivati.—

Il signor Prospero entrava appunto allora in castello. Giunto nell'anticamera del sottoprefetto, si fece annunziare, e potè sentire il grido di gioia, che suonò nel santuario dell'autorità politica di Castelnuovo, appena l'usciere ebbe proferito il suo nome.

—Venga qua, venga qua, signor Prospero!—disse il sottoprefetto, apparendo sulla soglia, senza dar tempo all'usciere di introdurre il visitatore.—È tornato finalmente!

—Tornato, come Lei vede.—