E interrogato dal sottoprefetto, il signor Prospero Gentili, raccontò, fin dove sapeva lui, il come e il perchè della improvvisa deliberazione di sua nepote.
—Eh! non glielo dicevo io, signor Prospero? Lasci fare a me; parlo io, a questo priore dei matti, e metto io all'ordine ogni cosa!
—Lei è un grand'uomo, signor commendatore;—rispose il signor Prospero.—Sì, me lo lasci dire, un grand'uomo. Se non era Lei, mi toccava ancora Dio sa quanto di penitenza nel deserto. Non già che la compagnia fosse cattiva; oh no! Brava gente, quei matti; e mi volevano tutti un gran bene. Conserverò buona memoria delle loro gentilezze, e regalerò alla loro biblioteca tutti i libri di casa. Tanto, io non li ho letti mai, e non comincierò adesso certamente.
—Farà benissimo;—disse il sottoprefetto, per chiudere quella digressione.—E mi dica, ora; ha già parlato pel duca?
—No, non ancora. Siamo arrivati appena iersera.
—Non perda tempo, per carità! Il momento è opportuno. Domani a sera, se crede, vengo a farle una visita. Se Lei mi strizza l'occhio, è segno che ha cominciato il fuoco.
—E Lei, allora, giù la fiancata, non è vero?
—Bravo! Ha indovinato alla prima. Commendator Prospero, vogliamo riuscire.—
Quel giorno, appena il signor Prospero se ne andò via, il sottoprefetto si pose a tavolino e scrisse al ministro degl'interni. Il tenore della lettera fu questo:
"Eccellenza,