Diamo un'occhiata anche noi. Sotto una corona di conte (nove perline in vista, il che significa un giro di sedici) si leggeva il nome di Valentino Gualandi del Poggio, inciso in un bel carattere italico: e più sotto, aggiunto a matita, un altro nome: Anacleto.

Il biglietto non aveva traccia di pieghe.

—Hai fatto entrare il signore?—domandò la fanciulla.

—Nel salotto, come gli altri;—rispose il servitore.

—Bene; va, ed avverti mio zio, appena sarà di ritorno, che c'è il padre…. il signor Anacleto, che desidera di vederlo.—

Il servitore uscì, e Adele Ruzzani corse allo specchio. Aveva le fiamme al viso; perciò dovette rimanere per alcuni istanti colà, aspettando che quella commozione scemasse, e cercando di comprimere con le palme i battiti del suo cuore. Sorrideva, frattanto, sorrideva d'un riso stanco e beato. La stanchezza e la beatitudine son più vicine che a tutta prima non sembri. La beatitudine non è dessa un senso di assopimento delle nostre facoltà?

Quando la signorina Ruzzani entrò nel salotto, vide il conte Gualandi ritto davanti ad una tela che posava sul cavalletto, nel vano d'una finestra. Era uno studio ben noto a lui, perchè incominciato due settimane prima nel convento di San Bruno, e rappresentava l'interno del chiostro.

Al fruscìo della veste sul pavimento, il conte Gualandi si voltò, e la signorina Adele riconobbe il bel priore di San Bruno, meno grave all'aspetto, più elegante nel portamento, ma pur sempre severo, e rispondente a quell'immagine di dignità e di forza, che non dovrebbe scompagnarsi mai dall'idea dell'uomo.

Egli, frattanto, non vedeva più il monachino, ma una bella e graziosa fanciulla. L'aria birichina dello scolaro in vacanze non c'era più, ma l'aspetto della donna che sente e che pensa, rendeva il suo volto anche più attraente che non fosse da prima.

—Come….—balbettò ella, avvicinandosi.