—Pel convento?—chiese argutamente la signorina Adele, che ripigliava padronanza di sè.

—Pel convento e per me;—rispose il conte.—Non ne ero forse il priore? e non lo rappresentavo al cospetto del mondo? Povera comunità di San Bruno!—continuò egli, mentre si sedeva sulla poltrona che gli era accennata dalla signorina Adele, accanto al sofà su cui essa stava adagiata.—Noi l'abbiamo disciolta ier l'altro.

—Subito dopo la nostra partenza; ho bene udito,—osservò la fanciulla.

—Ah, lo sapevate? Ma allora le notizie di monte Acuto giungono a Castelnuovo con la rapidità del fulmine? E non c'è un filo telegrafico, ch'io sappia.

—Che dite mai, signor conte? Ci hanno avuto tempo ad arrivare coi pedoni. Sono i vostri frati che mi hanno dato l'annunzio, tra ieri e quest'oggi.

—Davvero? I miei frati?

—Ma sì; ieri il signor Mario Novelli, e il signor Pellegrino della Rosa; cioè a dire padre Agapito e padre Ilarione. Stamane, poi, il signor Ariodante Soresi e il signor Nello Altoviti; che sono, se non mi confondo fra tanti nomi, i padri Restituto e Bonaventura. Adesso, m'aspettavo anche il padre Anselmo, il padre Tranquillo, e quei pochi altri che hanno mostrato di non vedermi di mal occhio;—disse la signorina Adele, chinando modestamente lo sguardo.

—A questi patti li vedrete capitare tutti quattordici;—rispose il conte Gualandi.—Ma vedete che fretta! E sono certamente venuti ad ossequiarvi prima di partire dal circondario;—soggiunse, mirando evidentemente a scoprir terreno.—Il signor Novelli, a capo di lista, per rammentarvi la sua ghirlanda di fiammole….

—Già;—interruppe la signorina Adele;—proprio così.—

Il conte Gualandi stava per replicare qualche cosa; ma ne fu impedito dall'arrivo del signor Prospero. Vi lascio immaginare la festa ch'egli fece al priore spriorato di San Bruno, quantunque, a dir vero, gli tornasse piacevole lì per lì come il fumo negli occhi.