—Anche lui!—aveva borbottato il signor Prospero, udendo in anticamera che era giunto il conte Gualandi.—Che il convento dei matti voglia scaricarsi tutto in casa nostra? E noi che eravamo riesciti a svignarcela! E la mia cara nepote che aveva mostrato tanta soddisfazione di venir via!—
Questo il monologo; frattanto bisognava dire delle gentilezze; masticar l'amaro e dar fuori il dolce. Povero signor Prospero!
—Vi fermate oggi da noi, non è vero?—disse la signorina Adele, parlando volentieri in nome dello zio, poichè questi era presente.—Dove siete alloggiato?
—Alla Croce di Malta;—rispose il conte.—E capisco adesso perchè l'albergatore fosse impacciato a darmi una camera degna di me, come si compiacque di dire. I miei bravi compagni debbono essere tutti alla Croce di Malta.
—Già,—entrò a dire il signor Prospero,—chi tardi arriva male alloggia.
—Eh, non vorrei proprio che fosse così, come dice il proverbio;—replicò il conte Gualandi, con accento più malinconico che non portasse quel piccolo guaio d'albergo.
—Vorremmo offrirvi ospitalità in casa nostra;—ripigliò la signorina Adele, fingendo di non aver intesa l'allusione.—Ma veramente, un giovanotto come voi…. Va bene che noi siamo stati ospiti vostri lassù; ma le anime caritatevoli di Castelnuovo non hanno a sapere questi obblighi che abbiamo contratti con voi;—soggiunse ella con una grazia adorabile.—Però ci restate a pranzo. È detta: non vogliamo osservazioni.
—Serafino!—mormorò il priore spriorato.
Il serafino lo guardò con aria tra ridente e scorrucciata, mettendosi un dito sulle labbra. Che ditino, lettori! Il priore fece involontariamente l'atto di mordere.
Per far l'ora di pranzo, i padroni di casa condussero il loro ospite a visitare il giardino. Il palazzo Ruzzani era uno dei primi nella via San Michele, ai piedi della città alta; perciò aveva molto spazio libero alle spalle, giardino, stufa, uccelliera, ed anche uno scampoletto di bosco.