Due ore passarono via come il vento. Il padre Anacleto pensò che egli aveva dimenticato qualche cosa, nel giudicare così severamente la vita, come aveva fatto da prima, e che tutto non era afflizione, o noia, nel mondo.
Lo zio Prospero si era allontanato per qualche faccenda domestica.
Adele Ruzzani e il conte Gualandi erano tornati nel salotto.
—Signorina,—disse il conte, cercando di riattaccare il discorso interrotto,—si potrebbe sapere….
—Che cosa?—disse Adele, ridendo.
—Che cosa volessero da voi tutti quei frati…. sfratati?
—Come? Non lo indovinate?
—Io no; se voi non mi aiutate….
—Aiutiamolo, dunque. Venivano l'un dopo l'altro a chiedere…. Ma no, questo non debbo dirvelo io. Dovete immaginarvelo; ed io sono un po' troppo buona a credere che voi non lo abbiate indovinato a tutta prima.
—No, vi assicuro, non lo avevo indovinato;—rispose il conte Gualandi, sconcertato da quel mezzo rimprovero.—Potevo benissimo argomentare il movente della loro calata a Castelnuovo. Se n'è parlato troppo, lassù. Ma non avrei potuto immaginare che ardissero venire a chiedere, per esempio, la vostra mano, così soli, senza la compagnia di un parente, d'un personaggio grave e ragguardevole, come vorrebbero le buone consuetudini.
—Eh, capisco, le consuetudini vorrebbero molte cose;—replicò la signorina Adele, con aria tra il serio e il faceto.—Ma forse i vostri amici hanno pensato che quelle consuetudini le aveva dimenticate per primo un certo novizio, arrisicandosi di metter piede a San Bruno.