Se il nostro ottimo cavaliere si apponesse, prendendo l'ispirazione dal nemico, giudicate voi, o lettori, da ciò ch'egli scrisse al ministro:
"Eccellenza,
"Il sogno più lieto della mia vita s'è dileguato; come tutti i sogni, pur troppo. E di ciò non mi dorrebbe molto, se non andasse anche in dileguo la cara speranza che io avevo concepita di aiutare secondo le mie umili forze un alto disegno della Eccellenza Vostra. Tutte le fila erano bene disposte pel matrimonio del duca; ma il destino le ha scompigliate ad un tratto, con uno di quei colpi impreveduti e imprevedibili, che entrano per tanta parte nelle umane combinazioni. Forse, considerando la cosa dal lato più ristretto, potremmo dire: meglio così! Ma questo potrà pensarlo il duca, a cui non mancheranno occasioni di illustri parentadi, e che ha tanti titoli a meritare la felicità della vita domestica, come ad ottenere i trionfi della vita pubblica. Io, frattanto, nella mala riuscita del nostro disegno, posso rallegrarmi di avere salvata la sua dignità. Il suo nome non è stato compromesso; questo è l'essenziale. Il degno gentiluomo è qui ben veduto, cercato, accarezzato da tutti. La società più ragguardevole di Castelnuovo sarebbe superba di imparentarsi con lui. Se la Eccellenza Vostra crede che io debba proseguire, mutando indirizzo, si potrebbe combinare con la famiglia Gamberini. C'è una figlia unica, degna di figurare alla capitale. Meno ricchezza di casa Ruzzani, è vero; ma quattordici generazioni di nobiltà. Sono conti da trecento e più anni. Un Gamberino fu tra i più reputati capitani di Braccio da Montone, e poscia di Francesco Sforza, come la Eccellenza Vostra potrà riscontrare nelle genealogie del Litta. I Gamberini hanno dato due cardinali alla Chiesa e un famoso colonnello all'Austria, nella guerra contro i Turchi, sotto gli ordini di quel fulmine di guerra che fu il maresciallo Laudon. Capisco che non sarà più l'alto concetto di Vostra Eccellenza; ma che farci? Io ci ho spesa tutta la mia buona volontà; se non ne sono venuto a capo, non è colpa mia. L'illustre uomo di Stato a cui ho l'onore di scrivere, mi conosce, sa il poco che valgo, e mi renderà piena giustizia.
"Sono stato assai più fortunato in un'altra faccenda, che non era tra le meno gravi di questo circondario, e che poteva riuscire di gran nocumento alla società civile, ove si fosse propagato l'esempio, come era a temersi. Un convento laico si era fondato da qualche anno a due ore di distanza da Castelnuovo, nell'antico monastero di San Bruno. Erano già sedici frati; tutti uomini di buon nome e di ragguardevole stato, che si erano dati pazzamente ad una vita claustrale di loro invenzione, sottraendo altrettante forze vive alla patria, e minacciando col loro esempio di sottrarne molte altre. Vostra Eccellenza non ignora come siano contagiose certe malattie morali, assai più delle fisiche. Persuaso di questa verità e compreso della grande malleveria che pesava su me, cercavo da oltre un anno di portar rimedio a questo gravissimo sconcio. Nella legge, non trovavo armi; nella filosofia non trovavo argomenti. Ho avuto ricorso alle astuzie, fin dove la lealtà della buona guerra consentiva; ho fatto operare in quella ostinata comunità di misantropi le forze irresistibili della natura. E il convento laico di San Bruno si è disciolto ier l'altro, senza che la dignità del governo ne scapitasse punto. Porgendo ascolto ai miei suggerimenti, i nuovi conventuali, nell'atto di sciogliersi, hanno deliberato di regalare il convento alle Opere pie di Castelnuovo; e appunto un'ora fa, parecchi di loro, venuti per ossequiare in me il rappresentante del governo, me ne hanno recato il gratissimo annunzio.
"Con ciò mi lusingo di avere interpretato un desiderio della Eccellenza Vostra, che io studio con riverente cura in tutti i suoi atti, improntati di quell'alto senno e di quella sottile preveggenza che mira alle cose lontane come alle cose presenti, per ottenere all'Italia il posto nobilissimo che le si addice al banchetto delle nazioni."
Perfino il banchetto delle nazioni! Il signor cavaliere aveva studiato sui buoni autori della giornata, e i ferri della rettorica gli erano assai familiari. Ma ohimè! questa volta la rettorica non doveva servirgli molto. Scritta la lettera confidenziale al ministro, ne aveva mandata un'altra al prefetto della provincia, suo capo immediato, magnificando l'impresa dello scioglimento che sapete e domandando abbastanza chiaramente una corona civica. Intendete la commenda, che è una corona da mettersi al collo. Ma Sua Eccellenza il ministro degli interni non reputò che, con lo scioglimento della comunità di San Bruno, il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia avesse salvata abbastanza la società, e gli decretò solamente una croce di cavaliere. Aveva già quella della Corona d'Italia; gli mandavano quella dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Quella onorificenza che non lo alzava d'un grado nell'ordine equestre, gli venne un mese dopo le lettere su cui vi ho forse intrattenuti più a lungo del bisogno. E il signor Prospero, che non era neanche al primo scalino, ma che doveva essere almeno cavalier d'onore alle nozze della sua bella nepote, trovò il tempo per andarsi a rallegrare con lui.
—Hanno avuto torto a non mandarle la commenda;—gli disse.—Ma noi avremo se non altro la soddisfazione di chiamarlo…. biscavaliere.—
Convenite, lettori umanissimi, che la celia, quantunque detta senza cattiva intenzione, era di pessimo gusto. Il cavaliere Tiraquelli andò a dirittura fuori dei gangheri.
—Sa Lei, signor Prospero, che cosa debbo dirle?—gridò.—Vada…. vada…. dove le sarà facile di capire che io possa mandarla.—