Il signor Prospero, che era lontano mille miglia dall'idea di averlo toccato sul vivo, spalancò tanto d'occhi a quella improvvisa sfuriata.
—O che? La piglia per male? Una croce di più non è poi una bastonata da dolersene tanto.
—-La piglio come va presa. E di croci ne ho già avute abbastanza; specie, se penso a quella che m'ha dato Lei.
—Io?
—Sì. Lei. Non è forse per Lei che tutti questi malanni sono avvenuti? Il povero duca di Francavilla è partito da Castelnuovo su tutte le furie. E dire che potevano imparentarsi con la prima nobiltà d'Italia! Un Francavilla!… Altro che Gualandi del Poggio! Un Francavilla avrebbe fatto onore ai loro milioni, accettandoli.
—Grazie della sua degnazione!—disse il signor Prospero, chinando la testa.—Ma infine, signor cavaliere, se la mia nepote non ha voluto saperne, che ci posso far io?
—Già, questa è la sua scusa. Come se Lei non ci avesse la colpa maggiore, nella sua mancanza di autorità! E voleva esser fatto commendatore?
—Adagio, signor cavaliere, adagio! Non ero io che volevo; era Lei che mi aveva fatto il solletico,—replicò il signor Prospero, con molta dignità.—Io non ho domandato nulla, e, se ci penso, mi pare che non avrei avuto il diritto di domandar nulla al governo. Sa Lei, signor cavaliere? Qualche volta ci penso e me lo dico da me:—Amico Prospero, chi sei tu, di grazia, e che cosa hai fatto, per diventare ambizioso? Non sei già tra i felici della terra? Arrivato ai cinquantacinque, senza acciacchi, senza bisogni, senza moglie, e senza associazioni in corso, che cosa desideri di più, che cos'altro chiedi alla fortuna? Essere tra i felici non val meglio che essere annoverato tra i potenti? Vai, stai, ti muovi e ti fermi a tua posta; i denari che spendi sono tuoi; nè di denari spesi, nè di capricci soddisfatti, devi render conto a nessuno. No, Prospero, amico mio, tu non hai diritto a lagnarti della sorte, e molto meno di aspettarti onorificenze, pel solo fatto che Iddio t'ha posto in condizione di vivere senza difficoltà in questa valle di lagrime. Aspettare dal governo! Che cosa? Ah sì, una cosa puoi e devi aspettare da lui; che esso conservi al tuo paese una stazione di dieci carabinieri; cinque a piedi e cinque a cavallo. Ci fanno buona figura, i carabinieri a cavallo! Ecco un ordine cavalleresco che vale qualche cosa, e il governo farà bene ad esserne prodigo co' suoi amministrati. Tutto il resto è apparenza, oro falso, princisbecco. Scusi, sa, signor cavaliere; parlo come uno che non lo è. Ma le giuro che, se lo fossi, parlerei sempre egualmente.
—Bravo!—esclamò il sottoprefetto, accompagnando la parola con un riso sardonico.—Lei è un felice borghese. Ma io sono un ufficiale del governo, uno di quei poveri soldati del dovere, che vegliano alla sicurezza e alla tranquillità di lor signori gaudenti. Ho bisogno di autorità, io, di favore in alto e di prestigio in basso. E tutto ciò che è avvenuto scuote la mia autorità, scema il favore, offusca il prestigio. Potessi almeno levarmi di qui! Ma questo è più lontano che mai. Ne avrò per un altro paio d'anni, di questa sottoprefettura, se Iddio e il Parlamento non abbattono il Ministero.
—Preghiamo Dio e il Parlamento che ci facciano la grazia!—rispose il signor Prospero Gentili.—Vuole che faccia fare un triduo, secondo la sua intenzione?—