Immaginate con che animo si trovasse a fare il suo ufficio di padrone di casa, nel secondo mercoledì che vi ho detto, e con che gusto dovesse sentire dei ragionamenti come questi:

—Quel signor Prospero è un traditore! Chi l'avrebbe mai detto, con quell'aria ingenua! Piantarci lì, senza una parola d'avvertimento! E passi che ci abbia lasciati lui; ma rapirci la signorina Adele! Questa è grossa davvero. Vogliamo domandarne soddisfazione. Avrà da pentirsene!—

Mentre queste inezie si dicevano nel crocchio dei buontemponi, il duca di Francavilla, con aria svogliata, sedeva accanto alla tavola rotonda, sfogliando un albo, per la decima, o per la dodicesima volta, e mandando al diavolo Castelnuovo Bedonia, con tutte le sue dipendenze. La contessina Berta sedeva al pianoforte e suonava una romanza per la signora Morselli, che andava inutilmente in visibilio. La serata era fredda, quasi più fredda di quella della settimana antecedente; tutti i convenuti, qual più, qual meno, quale per un verso, quale per un altro, avevano le lune.

La sola contessa Beatrice Gamberini era più ilare del solito, più pomposa, più bofficiona, più rosea.

Avete mai provato a mettere una mela vizza sotto la campana d'una macchina pneumatica? A mano a mano che l'aria si rarefà, la mela va perdendo le rughe; la sua pelle si rialza, si stende, brilla, vi dà l'illusione della freschezza. Così la contessa Beatrice; veduta ad una certa distanza, così colorita e con gli occhi pieni d'insolito brio, pareva di dieci anni più giovane.

La contessa Beatrice era l'unica persona che quella sera non avesse dato noia al sottoprefetto con l'eterno argomento del signor Prospero e della signorina Adele. Umana tra tutte le contesse del mondo! Anzi, divina senz'altro! Il cavalier Tiraquelli le votò nel segreto dell'anima sua una gratitudine immensa. E per dimostrargliela in qualche modo, ed anche per sottrarsi alle domande importune degli altri, si piantò al fianco della contessa, stando a chiacchiera con lei e dandole ragione in ogni cosa che ella dicesse.

Si era parlato del più e del meno, di un'omelia del vescovo, di una lettera su Castelnuovo, stampata due giorni addietro in un foglio della capitale, di amministrazione comunale e di mode. La varietà dei discorsi aveva tirata intorno al canapè di damasco rosso la maggior parte degli ospiti, perfino le ragazze, che, di solito, si raccoglievano accanto al pianoforte. Dalle mode, per natural transazione, si venne a parlare del lusso, veramente sfrenato, che invadeva tutte le classi sociali, anche nella piccola città di Castelnuovo; poi delle sostanze limitate, degli scarsi raccolti, con una piccola scorribanda sull'agricoltura.

—Qui ci vorrebbe il signor Prospero Gentili,—saltò su a dire il ricevitore del registro.—Sentiremmo un bel discorso sui concimi artificiali.—

Quell'accenno personale diede maledettamente sui nervi al cavalier
Tiraquelli. Era un presentimento?

—Il signor Gentili! Poveretto!—esclamò la contessa Beatrice, levando il viso a mezz'aria.