Il signor duca faceva le volte del leone e non accennava punto a volersene andare. Tutto ad un tratto si fermò, fissò gli occhi in volto al padrone di casa, e gli disse:
—Che cosa ne penserà il ministero?—
L'ombra minacciosa, evocata dal duca di Francavilla, si rizzò davanti agli occhi del povero cavaliere. E la sua nomina a prefetto, la commenda, la dignità senatoria? Quella triplice forma delle sue future grandezze gli fuggiva veloce dallo sguardo. Illa levem fugiens raptim secat aethera pennis, avrebbe detto Virgilio.
—Signor duca, che ne so io?—gridò il sottoprefetto, coll'ansia dell'uomo che affoga.—Vuole condannar me, per una colpa non mia? Il signor Prospero è un imbecille e non sarà mai commendatore. Quantunque, a voler esser giusti, una qualità non escluda l'altra in modo assoluto. Ma può darsi che…. Non giudichiamo senza sapere le cose. Un po' di tempo per raccapezzarci! Intanto, se permette, chiamerò il delegato di pubblica sicurezza. Ho da dargli certi ordini.—
Il duca di Francavilla se ne andò, mediocremente soddisfatto di quella proroga, e il sottoprefetto chiamò l'usciere, che a certe ore del giorno esercitava anche l'ufficio di servitore.
—Dove sarà il delegato? A letto?
—Oh, a quest'ora no, signor cavaliere. A quest'ora sarà al caffè delle Tre Rose, per far la partita a tarocchi col cancelliere della pretura.
—Andate a chiamarlo. Ho bisogno di vederlo subito.—
Il cavaliere Tiraquelli, tanto seccato durante la sera, aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno. E la vittima designata era il povero signor Borgnetti.
Il delegato capitò alla sottoprefettura con un'aria ilare, fin troppo ilare, che accennava ad uno stomaco pieno e ad un'anima senza rimorsi.