—Che? Anzi! Più sarà frugale il pasto, meglio sarà per la mia salute;—rispose il signor Prospero.—Ingrassavo troppo, quantunque senza mia colpa.
—Del moto, fratello, del moto!—raccomandò uno dei frati, che si trovava vicino al signor Prospero.—Bisogna combattere in tempo la polisarcia.
—Poli….—balbettò il signor Prospero, inchinandosi al suo nuovo interlocutore.
—….sarcìa;—riprese quell'altro, che era il medico della comunità.—È un composto di due vocaboli greci, polis e sarcos, e significa abbondanza di carne. Questo non sarebbe, a dir vero, un gran male; ma la parola si usa impropriamente a significare un eccesso di pinguedine, il che si esprimerebbe meglio con la parola polipionìa, ugualmente greca, pion volendo per l'appunto dir pingue.
—Vedete mo' che diavoli ci ho in corpo!—mormorò il signor Prospero.—Polisarcia! Polipionìa! Grazie tante, padre…. Il suo nome, se è lecito!
—Tranquillo, per servirla. È il nome che ho scelto, entrando qua. E lo sono davvero, poichè inveni portum; e posso aggiungere col poeta: spes et fortuna valete; sat me lusistis, ludite nunc alios.—
Il signor Prospero amò meglio restare nella sua ignoranza, che domandare la traduzione del distico.
—Son cascato bene;—diss'egli tra sè.—Son tutti sapienti, qui dentro; ci hanno il greco e il latino sulla punta delle dita. Uno è astronomo, l'altro è chimico; un terzo archeologo; un quarto meccanico…. Ma che Iddio mi benedica, o non sono agronomo, io? Un agronomo…. agrodolce, per verità! Mi ha fatto tale il sottoprefetto di Castelnuovo. E la mia nepote mi fa frate. Si fermeranno qui l'uno e l'altra?—
Facendo queste riflessioni, il signor Prospero (anzi, diciamo a dirittura padre Prospero, per metterlo alla pari con tutti i suoi colleghi) si trovò seduto a tavola, fra il padre Tranquillo, medico, e il padre Marcellino, filosofo. Il suo nepote, o fosse caso, o fosse elezione, si trovò dall'altra parte della tavola, accanto al priore, con cui si era accompagnato, entrando in refettorio.
La sala era vasta, e lo appariva due cotanti di più, perchè bianca ed ignuda. I nuovi frati di San Bruno non avevano fatto nessuna spesa colà, non si erano incaricati di abbellire quella parte della loro abitazione. Avevano perfino lasciato in piedi un certo pulpito di fabbrica, destinato alla lettura durante il pasto. Per fortuna, lassù non si leggeva più nulla, non avendo la nuova regola di San Bruno reputato necessario di aggravare un cattivo pranzo con una uggiosa lettura. Gli antichi Camaldolesi andavano a prendere il loro nutrimento in quel refettorio una volta alla settimana; tutti gli altri giorni desinavano nelle loro celle, e la broda disciplinare passava da quelle ruote che ho detto. Poi, bevevano l'acqua in certe ciotole di terra cotta, che accostavano alla bocca, sostenendole con tutt'e due le palme. Un modo di bere piuttosto incomodo; ma era di rito. E i riformati di San Bruno, per accostarsi in qualche modo alle vecchie costumanze, avevano aboliti i bicchieri, attenendosi a certe ciotole di maiolica, che non avevano neanche il pregio di escire dalle fabbriche del Ginori.