Il convento di San Bruno, nel corso di una settimana, aveva mutato a dirittura d'aspetto. Prima, e sia detto senza ombra di mal animo, ci si dormiva molto; allora ci si vegliava, ci si viveva, ci si lavorava a gran furia. Avrete già indovinato che il gran lavoro della comunità di San Bruno era il giornale scientifico. Erano giunti i cinque nuovi colleghi aspettati; anch'essi nel vigore dell'età e pieni di buon volere. Le casse tipografiche erano state collocate a posto; il torchio egualmente; un gran disegno del padre Anacleto era sul punto d'incarnarsi, o se vi piace meglio, d'impiombarsi; perchè infatti era questione di piombo.
Di nove che erano pochi giorni addietro, i frati di San Bruno giungevano per tal modo al numero di sedici. Ed erano forse già troppi, per la quiete operosa a cui mirava il padre Anacleto.
—Fratelli,—aveva detto il priore, raccogliendo intorno a sè la cresciuta famiglia,—il nostro ordine accenna a voler prosperare velocemente. Dobbiamo rallegrarcene? Dobbiamo rammaricarcene? Certo, se ce ne rallegriamo, sarà per noi medesimi, non per il mondo, che mostra così di perdere ogni attrattiva sugli uomini. Ma anche noi dobbiamo badare ad un pericolo. L'essere in troppi nuoce, e forse sarà da pensare alla fondazione d'un nuovo convento, come fecero, per gli ordini loro, san Bruno e san Bernardo di Chiaravalle.
—Non siamo in troppi, finora;—osservò modestamente il padre
Marcellino.
—Stiamo bene, così;—aggiunse il padre Restituto.
—Siamo come in famiglia;—ribadì il padre Atanasio.—Si sente una dolcezza nuova, che, per dirla col poeta, e guadagnandoci anche la rima, intender non la può chi non la prova.—
Il padre Atanasio esprimeva, assai meglio che non credesse egli in cuor suo, il pensiero di tutti. Era in tutti un sentimento di dolcezza che io non potrei significarvi appuntino, senza far capo ad un paragone di cucina. Ma badate, cucina poetica; una di quelle cucine ascose tra le gole dei nostri Appennini, cucina fuligginosa e nera, per modo che la fiammata dell'ampio cammino non disperda la sua luce benefica lungo le pareti, ma la concentri sulle otto o dieci persone beatamente sedute intorno al focolare, con la schiena protetta dall'alta spalliera delle cassapanche di quercia. Di fuori, cade a larghe falde la neve, e soffia acuto il rovaio; di dentro si prova la delizia dello stare al coperto e raccolti nella compagnia delle persone più care. La famiglia qui restringe i soavi suoi vincoli; l'ospitalità diventa amicizia; quella padellata di bruciate, che scoppiettano nel fuoco, vuol essere una cosa gustosa. Di tanto in tanto, e come per rendere più spiccato il confronto, si dà un'occhiata all'uscio, che si scuote ai buffi del vento; poi si torna a guardare la fiamma consolatrice. Dio di misericordia, per una di quelle serate sull'Appennino io rinunzierei non so che, perfino il mio ufficio di storiografo dell'ordine riformato di San Bruno. E come paiono sciocchi coloro che, avendo questa fortuna sotto la mano, si lagnano ancora e chiedono altro al destino! Ma pur troppo siamo tutti così; non intendiamo che tardi, essere le gioie della vita ristrette in poche immagini, in poche scene, quadretti di genere, anzi che di storia, e quasi sarei per dire di paese soltanto, anzichè di genere; perchè la figura non è sempre bella a vedere, e un po' di frappa con un raggio di sole attraverso può bastare alla pace dell'anima, come alla consolazione degli occhi.
Voi lo vedete, lettori; anche facendo una piccola digressione, mi trovo d'accordo coi frati di San Bruno. Poca gente, ma provata e simpatica, ecco il non plus ultra. Se c'è una bella figurina nel numero, tanto meglio; anzi credete pure che io la supponevo presente. È forse lei che ci fa amare le solitudini e riconoscere e abbandonare senza rimpianti le vanità' rumorose del mondo. Perchè, diciamolo pure, anche a risico di far insuperbire le donne, c'è sempre un po' di femminile nella nostra bontà. Quando c'è in noi della bontà, si capisce.
I miei monaci sentivano essi l'arcana influenza del serafino biondo? È lecito di sospettarlo. Sentite questa, che potrebbe mutare il sospetto in una mezza certezza. Il serafino, quel medesimo giorno che era entrato in convento, ricordando ciò che gli aveva detto in parlatorio il priore, si era arrisicato a toccare il tasto del giornale scientifico. E di là era subito nata tutta quella gran ressa che v'ho accennata più sopra. Perchè? I miei monaci sapevano pure che la loro rassegna non l'avrebbe letta nessuno, poichè essi non l'avrebbero mandata a nessuno di fuori via. Ma essi oramai sentivano di bastare a sè medesimi. Non se lo dicevano; forse non ci pensavano neanche; ma una nuova vena di tiepido umore era penetrata nel circolo vitale della comunità di San Bruno.
Quella medesima settimana comparvero finiti i primi saggi della operosità scientifica dei nostri claustrali. Cito ad esempio una memoria sulle stelle cadenti, del padre Bonaventura, che ne minacciava anche un'altra sulla costituzione fisica del pianeta Marte; uno studio sulla circolazione del sangue e sullo scambio molecolare, del padre Tranquillo; alcuni cenni sulla formazione geologica di Monte Acuto, del padre Ottaviano, e una dissertazione Sul passaggio di Annibale da Castelnuovo, del padre Anselmo, che nella sua qualità di bibliotecario, doveva essere l'erudito della compagnia. Padre Anacleto non voleva esser da meno de' suoi colleghi; aveva messo fuori certe note d'archeologia preistorica, raccapezzate lì per lì dopo il suo colloquio col duca di Francavilla. Ma perchè quelle note non davano ancora un appiglio ai disegni del padrino Adelindo, e perchè senza i disegni di quest'ultimo il giornale di San Bruno non poteva andarsi a riporre, il degno priore immaginò di finire i suoi studi con una descrizione degli scavi di Monte Acuto, che sarebbero stati disegnati dalla matita del serafino biondo. E perchè gli scavi in discorso erano ancora di là da venire, il padre Anacleto opinò che si procedesse immediatamente agli scavi.