La spedizione archeologica fu prontamente deliberata. Si vogava sul remo al duca di Francavilla; ma questi non era che un dilettante, e i nostri monaci volevano fare da senno. Inoltre, il signor duca faceva i suoi scavi nella caverna della Ripa; i nostri monaci scelsero un campo più lontano, sul pendìo settentrionale di Monte Acuto, nella caverna delle Streghe.

Non vi starò a dire perchè la chiamassero delle Streghe, lasciando immaginare a voi le leggende popolari che avevano assegnato quel luogo a notturno ritrovo delle amiche di Belzebù. Vi dirò invece, dando una sbirciatina nei quaderni del padre Anacleto, che il monte Acuto, studiato da quella parte, appariva incoronato da banchi di formazione terziaria, posti orizzontalmente sopra gli strati verticali della calcarea compatta giurassica, ond'era formato il nocciolo di quella catena montuosa. Quei banchi di calcarea grossolana, o meglio d'un sabbione indurito, erano tutti ripieni di gusci d'ostriche e d'altri bivalvi, come l'Arca diluvii, la Venus rugosa, la Terebratula bipartita, non senza tracce di polipi, di èchini, e d'altri resti organici poco determinabili.

La costiera del monte era brulla, o quasi; soltanto tra le fenditure della roccia spuntava qualche ciuffo d'erba, e qualche arbusto malinconico e scarno, che pareva maledire la sorte da cui era stato sbalestrato lassù. La caverna delle Streghe, vuoi per la difficoltà dell'accesso, vuoi per la tristezza del nome, non era mai stata esplorata. Soltanto poteva esserci stato qualche pastore, od anche qualche bandito, a rifugio; e delle scarse visite faceva fede una piccola traccia di sentiero, meglio intravveduta da lunge, che potuta seguitare da vicino.

Segnar meglio il sentiero e nei punti malagevoli renderlo più sicuro scavando qualche gradino nella roccia, fu la prima cura dei nostri esploratori. Intanto il priore, seguito dal serafino e dal padre Prospero, andava oltre, verso l'ingresso della caverna. Senonchè il padre Prospero, afflitto dalla sua polisarcìa che gli sembrava già due tanti più grave, dopo che il padre Tranquillo gliel'aveva battezzata col suo nome scientifico, protestò ben presto di non poter seguitare i due scoiattoli a cui si era accompagnato con una fiducia superiore alle proprie forze, e, come Mosè in vista della Terra promessa, si accasciò presso un cespuglio, in vista della buca, che gli pareva ancora troppo lontana, quantunque non ci fosse più a fare che un centinaio di passi.

—Andate, andate!—diss'egli.—Ricolgo il fiato e vi raggiungo.—

E si sdraiò su d'un lastrone, soffiando come un mantice.

Il serafino biondo sorrise, lasciò lo zio in quella postura, che aveva pure i suoi pregi, e seguitò il padre Anacleto pei meandri sassosi del sentiero fino all'entrata della caverna.

Lo spettacolo era meraviglioso. I due esploratori si trovarono davanti ad una vasta fenditura orizzontale della roccia. Più che una fenditura, pareva una corrosione, una carie gigantesca del monte. Si entrava da quell'apertura in un atrio vastissimo, la cui vôlta, di colore rossastro, era in alcuni punti tappezzata di felci, e in altri faceva mostra di grappoli quarzosi, che scintillavano alla luce riflessa del sole. Un masso enorme, piantato in mezzo all'entrata, spartiva in due quella grande apertura, e intorno a quel masso un prunaio stendeva i suoi rami spinosi, che già facevano pompa delle vette fiorite. Quell'allegria di tinte delicate, che temperava l'orridezza selvaggia del luogo, colpì l'animo del serafino e gli strappò un grido di gioia.

Gentil serafino! Com'era giovane! La vista d'un fiore lo faceva andare in visibilio. E anch'egli era un bel fiore, bianco, roseo, come quello del rovo che gli stava dinanzi. Se egli si fosse guardato allora in uno specchio, metto pegno che avrebbe gettato un altro grido; ma non di gioia, bensì di paura, al vedersi così bello, troppo bello per un padrino, che volesse rimaner tale agli occhi della gente.

Il padre Anacleto, con atto cortese su cui spero non troverete nulla a ridire, si accostò al prunaio, spiccò una ciocca di fiori e l'offerse al suo giovine compagno.