E tiriamo innanzi. Le suture del cranio, molto visibili nella loro indentatura, indicavano una persona giovane; l'altezza mediocre dello scheletro e la forma del pelvi lasciavano argomentare che fosse lo scheletro d'una donna. I denti erano piccoli, bianchi perlati, e lo smalto era integro; fatto maraviglioso, quantunque abbastanza comune in simili scoperte. Accanto al teschio, e proprio all'altezza dell'orecchio, era una piccola coppa d'argilla nera, in cui si rinvenne una sostanza grumosa e rossiccia. Era la terra d'ocra, di cui gli antichissimi nostri progenitori, non dissimilmente dai moderni selvaggi d'America, usavano tingersi le membra. Un'altra particolarità indicava che quello scheletro apparteneva ad una donna, ed era la mancanza d'armi nel sepolcro, mentre c'erano in quella vece parecchi aghi e punteruoli d'osso di cervo, quelli riconoscibili dalla cruna, questi dal capo tondeggiante. Una cinquantina di conchiglie bucate, che si raccolsero nel terriccio a poca distanza dalle prime vertebre, dimostrava che la donna era stata sepolta con la sua collana, e che essa era certamente di condizione non povera, poichè aveva un monile di quella fatta, composto di tal materia che doveva esser cavata da luogo lontano. Rammentate infatti che la caverna era sull'Appennino, e distante parecchie giornate dal mare.
Tutti quegli avanzi, raccolti con diligenza dal fondo della buca, erano a mano a mano deposti in un canestro. Il padre Anacleto ci vedeva il principio d'un museo preistorico di San Bruno. La caverna delle Streghe, vasta com'era, poteva dar tesori alla scienza; verbigrazia una cinquantina di scheletri, che, tenuti ritti con acconcie legature di fil di ferro, e disposti in bell'ordine, con tutti gli utensili, armi, amuleti ed ornamenti rinvenuti nelle tombe, avrebbero raccontata una bella pagina di storia delle prime genti italiche, e dati gli elementi ad ingegnose induzioni. Sarebbe riuscito in verità un museo da attirare molti curiosi al monastero di San Bruno. Ma, come sapete, quei bizzarri conventuali non gradivano le visite del prossimo, e la loro scienza amavano tenersela tutta per sè.
Frattanto, il monachino biondo avrebbe ricavati i disegni di tutta quella ricca collezione scientifica. Udendo i discorsi del padre Anacleto, egli si rallegrava in cuor suo di possedere quel piccolo talento del disegno, un talento che non faceva chiasso, ma che per contro era altrettanto più utile, e che tramutava lui, adolescente accettato per grazia al convento, in un personaggio necessario.
Bisognava vederlo, il nostro serafino, seduto sulla proda del fosso col suo ginocchio piegato, l'albo sul ginocchio e la matita in aria. Il soggetto dei suoi disegni era malinconico. Per la prima volta in sua vita, Adelindo Ruzzani adoperava la matita a copiare gli scheletri. Ma che cosa non si farebbe per l'amore della scienza?
E i frati gli erano tutti intorno, un po' per vedere i suoi tratti di matita, un po' per contemplare quel grazioso profilo di monachino, che somigliava tanto a quello d'una bella ragazza.—Bene, bravo, stupendo!—erano le parole con cui essi incoraggiavano il pittore. Metto pegno che Raffaello d'Urbino non ebbe tante lodi dai personaggi che andavano nel suo studio, a vederlo lavorare. Ma sono anche disposto ad ammettere che Raffaello ne avrebbe avuto altrettante, se, scambio di esser lui, fosse stato, ad esempio…. la Fornarina.
XI.
La gita archeologica alla caverna delle Streghe parve stringere viemmeglio, se pure la cosa era possibile, i vincoli fraterni della famiglia di San Bruno. Tornati lassù, i miei frati da burla erano più amici che mai; solo al modo con cui si davano a vicenda il buon giorno e la buona sera, si sarebbe detto che erano sempre lì lì per abbracciarsi, non pure all'ombra discreta dei corridoi, ma anche alla viva luce del sole. I miei frati da burla si muovevano tutti in un'orbita, di cui Adelindo Ruzzani era il fuoco. Ma che serve più chiamarlo Adelindo? Diciamo Adele Ruzzani, poichè ognuno di quei frati aveva indovinata la donna. Per altro, non diremo Adele, quando si sarà in molti; e ciò per una ragione semplicissima, che i lettori non devono ignorare. Ognuno degli ospiti di San Bruno aveva, come ho detto, indovinato la donna; ma nessuno s'era pigliata la briga di annunziare la sua scoperta al compagno. Tirava ognuno, o cercava di tirare a sè; la qual cosa è stata espressa dai nostri antichi con la felicissima immagine del vogare alla galeotta.
Frate Adelindo! Il monachino, il serafino biondo! Tutti erano intorno a lui, si occupavano tutti di lui, e poco o punto delle varie faccende in cui per lo passato si spartiva la pacifica operosità del convento. Il giornale, come potete immaginare, andava per le lunghe; si scriveva poco e non si meditava affatto, nelle celle solitarie; gli strumenti dell'osservatorio dormivano sui cavalletti, o nelle buste di velluto; le storte del laboratorio di chimica giacevano sui fornelli senza fuoco; i libri della biblioteca non aspettavano più i frati, ma i topi e le tignuole. Dio mi perdoni se avviene ch'io tenga bordone ad una voce calunniosa; ma si credeva che lo stesso priore badasse poco agli uffici della sua carica, e non rivedesse neanche più i conti all'economo.
Ma che importava tutto ciò, se i frati di San Bruno erano di buon umore? Gente allegra il ciel l'aiuta, dice il proverbio. Beati i miei conventuali, che erano ancora nel periodo allegro, per solito il più breve, nel dramma delle umane passioni. Meno ilare, ad onta del nome, era fratel Giocondo. E perchè? Voi sapete, o lettori, che il nostro converso passava una gran parte del giorno all'ingresso del convento, in capo a quel ponte per cui bisognava passare, quando si voleva penetrare nell'eremo di San Bruno. Ora, quest'obbligo quotidiano faceva sì che il bravo converso fosse meno soggetto all'influenza benefica del serafino biondo, e per contro più esposto alle seccature che venivano di fuori.
E ne venivano molte, non dubitate. Capitavano a diecine, ogni giorno, i curiosi che volevano vedere il convento. Qualche volta erano brigate di buontemponi, o cavalcate di forestieri più o meno autentici; qualche altra erano signori travestiti, che domandavano di essere condotti al priore, per presentargli una supplica, un memoriale, e che so io. Tra gli altri ne venne uno (e fratel Giocondo manifestò il sospetto che fosse una donna; ma brutta, si affrettò a soggiungere) che domandava di confessarsi al padre Anacleto.