—Qui non si confessa;—aveva risposto il converso, alzando sdegnosamente le spalle.—Andate dai frati veri.

—Ma che convento è questo?—aveva ribattuto l'importuno.

—Il convento dei matti. Non è questo il nome che gli date voi altri di Castelnuovo?—replicò fratel Giocondo, che aveva fiutato il cittadino curioso, sotto le spoglie del penitente.—Andate, andate, ad arrostire i vostri peccati ad un'altra graticola.—Questi modi burberi di fratel Giocondo rispondevano ad un ordine severo del padre Anacleto, che si era annoiato da prima, e quindi impensierito di quel continuo viavai di curiosi e di facce sospette. Per solito non si ammettevano forestieri; ma perchè ne capitavano di rado, si usava anche la cortesia di lasciar visitare il convento a qualche giramondo riconosciuto per tale. Ma la frequenza delle visite non si spiegava più con la supposta qualità di viaggiatori. Evidentemente, erano Castelnovesi indiscreti che venivano a bracare i fatti altrui. E questa ancora non sarebbe stata che una seccatura, più o meno tollerabile, secondo i casi e gli umori. Ma il padre Anacleto aveva sospettato che ci fosse sotto dell'altro, e si era affrettato a proibire l'ingresso ad ogni genere di persone. I contadini, che portavano qualche cosa al convento, potevano contentarsi di trattare col frate converso; e neanche era necessario che capitassero in due, per portare un canestro di uova, o di frutta. Se poi qualcheduno voleva parlare con padre Atanasio, o con padre Marcellino, restasse sul ponte, a prendere una boccata d'aria fresca, fin tanto che il converso tornasse con la persona chiamata, o con un suo rifiuto di farsi vedere, come più spesso accadeva.

Una volta, per altro, fu chiamato il padre Prospero; e questi, non che ricusare di lasciarsi vedere al parlatorio del ponte, non mostrò nessuna meraviglia d'essere stato chiamato. Che voleva dir ciò? Voleva dire che la visita non gli giungeva inaspettata; che anzi gli era stata annunziata in una certa lettera, ricevuta il giorno prima; lettera da lui meditata a lungo, e non fatta leggere al serafino biondo. Ci aveva i suoi piccoli segreti, il signor Prospero Gentili! A dirvela schietta, il brav'uomo incominciava a seccarsi di tutto quel ronzìo quotidiano di frati apocrifi intorno al monachino biondo, che era senza fallo il più apocrifo di tutti. E la lettera misteriosa, che dieci giorni prima lo avrebbe sconturbato quel tanto, gli giunse invece gratissima, come l'annunzio d'un amico a chi s'annoia in campagna, anzi meglio, come la voce d'un salvatore a chi è sul punto d'affogare. Donde si vede chiaro che ogni cosa può tornar utile e piacevole, purchè giunga a suo tempo.

Seguitiamo il padre Prospero e vedremo anche noi il personaggio che lo faceva correre con tanta fretta al parlatorio del ponte. Ma già, voi siete capaci di averlo indovinato, o lettori, e mormorate già il nome del…. Sicuro, avete indovinato, era lui.

Il signor Prospero entrò risoluto nella stanza del parlatorio. Ma come fu davanti al suo visitatore, e come si avvide che questi lo guardava con aria tra curiosa e canzonatoria, rimase lì grullo e confuso. Il pover'uomo, nell'atto di recarsi al colloquio, non aveva pensato ad una cosa; vo' dire a quella tonaca di color tabacco, che involgeva la sua rispettabile circonferenza. E il pensarci allora, sotto l'esame di quegli occhi indagatori, gli fece sentire quanto fosse ridicolo nella sua veste da frate.

Quell'altro aspettò che fosse partito il converso e l'uscio del parlatorio richiuso alle spalle del signor Prospero; indi si lasciò andare sopra uno dei seggioloni di cuoio che decoravano la sala, e diede in uno scoppio di risa.

—Ah, signor Prospero…. anzi no, padre Prospero, mi permetta…. voglia compatire…. voglia scusare questo piccolo sfogo d'ilarità. Ma è proprio Lei? Sogno o son desto? come dicono in tragedia. Dovevo capitar qua, per vederla in tonaca e cocolla? Quanti voti ha già pronunziati, di grazia? Vuol permettermi, padre Prospero mio reverendissimo, che io le baci la santa mano?—

Il signor Prospero lasciò passare quella raffica di motteggi, a cui non oppose che un malinconico tentennamento del capo.

—Forza maggiore, signor cavaliere, forza maggiore!—diss'egli poscia, con aria contrita.—Potevo provarmi a far diverso da ciò che voleva quella birichina?