—Fratello,—gli aveva detto il padre Anacleto,—perdonerete se dobbiamo lasciarvi. Abbiamo una radunanza, chiesta da quattro dei nostri compagni, per un negozio urgente, a quanto dicono essi. Voi siete novizio….

—E non ci ho da entrare, non è così?—aveva ribattuto il serafino.—È giustissimo; fate pure.—

Giustissimo! fate pure! Ma, dentro di sè, il serafino biondo non trovò niente giusto che si discutesse, e probabilmente di lui (il cuore glielo diceva), senza che egli avesse a sentirne nulla. In pari tempo, promise a sè stesso che essi non avrebbero fatto nulla senza il suo beneplacito.

Perciò, a mala pena i conventuali di San Bruno incominciarono a recarsi in capitolo, egli, destramente, girando pel corridoio, era scivolato in chiesa. Cercava un luogo donde gli venisse fatto sentire qualcosa di tutti quei misteriosi discorsi, e andava attorno, assai più grazioso in vista, ma non meno avido, del leo rugiens quaerens quem devoret, di cui parlano le Scritture.

La sala del capitolo, come già si è veduto, aveva un uscio sul corridoio e un altro sulla sagrestia, che era attigua alla chiesa. Ora, dalla parte della chiesa la sagrestia era stata chiusa, certo in previsione di quella radunanza segretissima.

Entrato nell'anditino che era tra la chiesa e quell'uscio chiuso, il serafino biondo ebbe un'idea luminosa. Già, se le idee luminose non vengono ai serafini, a chi dovranno venire? Lettori, io lo domando a voi.

In quell'andito c'era la scala che metteva al campanile. Su per quella scala il serafino biondo c'era stato, per andare all'osservatorio del padre Bonaventura. E andando lassù, aveva anche veduti a mezza salita i due usci, uno dei quali dava sul cornicione della chiesa, e l'altro nel seccatoio. Pensare a quel seccatoio e infilar la scala del campanile fu un punto solo. In quelle due o tre camere, fatte nei soppalchi del tetto, i nuovi conventuali di San Bruno avevano raccolte tutte le cose inutili del monastero, le panche della chiesa, i palii degli altari, le tele polverose e sfondate, i tozzi candelabri di legno dorato, e via discorrendo. Il solaio era di legno. Ma anche il soffitto della sagrestia e del capitolo era di legno. Dunque? Dunque il serafino biondo ascese la scala col suo passo ventenne, e due minuti dopo mise il piede leggiero e guardingo su quel solaio benedetto, che prometteva tante consolazioni alla sua curiosità.

Veramente, a tutta prima, il nostro serafino mostrò di essere poco contento di quel solaio. Il palco era a doppio tavolato e le voci dei frati giungevano troppo confuse all'orecchio. Ma dopo essersi aggirato da una parte e dall'altra, come permettevano quei mucchi di anticaglie, che ingombravano la stanza, gli venne veduto un buco, largo quanto bastava perchè potesse passarci anche il pugno d'un serafino. Quel buco, saviamente scavato in prossimità dell'angolo che facevano due travi del palco insieme calettate, riusciva quasi sul mezzo della sala del capitolo, e dava modo, non solamente di udire tutto ciò che si dicesse laggiù, ma anche di vedere otto o dieci dei ventiquattro stalli di legno intagliato, che correvano intorno alle pareti. Quanto allo stallo più eminente, che era quello del priore, si poteva vederlo in pieno.

Come era stato fatto quel buco? Si trattava dell'opera vana di un topo, il quale avesse sperato di entrare da un palco morto ad una dispensa? O dell'opera utile d'un altro novizio, a cui premesse di sapere gli arcani del capitolo di San Bruno? Il serafino biondo non istette a meditarci su; ma salutò con animo grato quella tonda apertura, e v'applicò l'occhio da prima, indi l'orecchio.

I frati, in quel mentre, andavano ai loro posti, e il serafino biondo potè vedere il padre Anacleto che si era già rannicchiato nel suo stallo dalla spalliera intarsiata e dai bracciuoli in forma di mensole rovesciate.