Il padre Anacleto non era fatto così; anzi, per dirvela in tutta confidenza, era sempre stato un buon ragazzo. La vita ad un certo punto lo aveva seccato, ed egli si era tratto un poco da banda senza molta ira, o, per dire più esattamente, con un'ira generosa, assai presto sbollita. Per odiare gli mancava il tempo, e dedicava ai suoi nemici una profonda noncuranza; tanto profonda, che pareva qualcos'altro e lasciava credere che egli affogasse in una medesima broda l'umanità tutta quanta. Ma questo era tutt'altro che vero. Il padre Anacleto non disprezzava l'umanità; soltanto amava lasciarla tranquilla, non la molestava co' suoi cerotti filosofici e gradiva in ricambio di non esserne molestato.

—Mi sono annoiato del mondo;—soleva dire il priore, quando gli chiedevano il perchè della sua ritirata al deserto;—non ci avevo da far nulla di utile; ho fatte le valigie ed eccomi qua. Ancora giovane, voi dite. O che? avrei dovuto aspettare ad aprir gli occhi da vecchio? E non sarebbe meglio che l'esperienza venisse all'uomo dieci o vent'anni prima del termine usuale?—

L'idea di cercare la solitudine gli era venuta di schianto; ma le ragioni psicologiche erano assai più lontane. In tutti, del resto, è una propensione antica verso la società ristretta, e sono in ciò degni di nota i fanciulli che fanno con sedie e sgabelli un piccolo serraglio nell'angolo di una camera, come a dire una casa nella casa, per andarcisi a chiudere, quando la pioggia batte sui vetri. Neanche a star nella camera, al largo, si sarebbero bagnati; ma no, bisognava guarentirsi meglio, tapparsi in un cantuccio, e in una casa fatta con le proprie mani. Ogni uomo ha l'istinto di star chiuso. E chi vive in piazza, come chi pensa ad alta voce, o presto o tardi si pente.

Il futuro padre Anacleto aveva dunque veduto un grande vantaggio nella casa fatta da sè, nella famiglia artificiale, di cui gli aveva dato un esempio la milizia, e di cui ne vedeva un altro nelle fraterie. Di quella e di queste aveva fatto un miscuglio, come i cavalieri di Rodi, e lo aveva trovato gustoso. E in quella stessa guisa che un giorno, nel grande sfacelo del mondo romano, alcune anime accorte si erano ridotte a salvezza nella vita monastica, così pareva al futuro padre Anacleto che potessero raccogliersi in pace, lontani dal mondo pazzo, i naufraghi della vita moderna, o per espiarvi la loro parte di follie, o per non commetterne altre. Il monachismo si aboliva, come istituto sociale; ma era proprio il caso d'inventarlo da capo, come istituto personale. Vivere in disparte, astenersi dallo assassinare il prossimo, come molti usano, sotto pretesto di fargli del bene, studiare, nutrire la mente di cose belle, poteva essere ancora un savio consiglio, e non tanto egoistico come a prima giunta sembrava. A buon conto, meglio amare sè stessi che non amare nessuno, vi pare? È meglio una vita contemplativa, che giri al dolce far niente, che una vita operativa, la quale vi conduca al far male. Del resto, che obblighi si hanno con la società? Il futuro padre Anacleto ci aveva studiato su, e non era giunto a persuadersi che ce ne fossero di positivi. Perciò considerava la società come una corrente che attrae e costringe ad andare con lei quanti si trovano nella sua via; ma non costringe e non attrae chi è riuscito a cavarsene fuori.

Sopprimere le attrazioni, le lusinghe sociali; questo era il punto. A lui parve che la cosa potesse ottenersi a quel periodo della vita in cui le due lusinghe più forti ci hanno fatto soffrire di più. Naufraghi dell'ambizione e naufraghi dell'amore, gli uomini intelligenti potevano riconoscersi a vicenda, vivere insieme, guarire insieme, trovare in terra quella pace che le anime afflitte sperano in cielo.

La prima società era nata quasi ad un tempo con l'idea, tra pochi amici, che usavano da gran pezza ricambiarsi i loro pensieri. Ma presto la voce era corsa, ed altri compagni si erano offerti. Il concetto era buono; la regola nuova, a cui il caso aveva dato il nome di San Bruno, attecchiva; e il padre Anacleto, non più futuro, ma presente, ed eletto a voti unanimi priore, mirava già a nuovi trionfi dell'ordine.

E qui, non era forse la natura che operava dentro di lui? La natura, questa virtù misteriosa che si lascia qualche volta strappare un segreto, qualche altra imporre una legge, ma che a lungo andare governa sempre lei e manda in aria tutti gli artifizi degli uomini?

La voglia d'ingrandire l'ordine nuovo di San Bruno poteva giustificarsi col numero dei frati, che erano già troppi nel convento; ma non c'entrava anche un pochettino di quello spirito di propaganda, che è la vanità o l'ambizione di tutti gli uomini e di tutte le sètte? E il padre Anacleto, prendendo il suo mandato sul serio, innamorandosi dell'opera sua fino al punto di fondare una dottrina e una regola di vita su ciò che poteva intendersi ancora e permettersi come capriccio personale, non lavorava forse a ricomperarsi una parte di quelle noie, per cui gli era venuto in uggia il mondo, da cui era fuggito con tanta sollecitudine?

Per intanto, ne aveva già avuto un saggio dalla radunanza del capitolo. Che matti, i suoi frati! Anch'essi avevano preso il loro stato sul serio. Ma allora, perchè non aggradire un pizzico di tentazione? Perchè non cogliere con giubilo l'occasione di un trionfo, che li avrebbe mostrati davvero uomini superiori? Così pensava, e giustamente, il buon padre Anacleto. E poi, gli sfuggivano delle frasi come queste:—Tanto chiasso per una ragazza! Se tutti la vedessero con gli occhi miei!—

A proposito, con che occhi la vedeva lui? Non vorrei che il sor priore degnissimo si vantasse un pochino. Vediamo dunque, scrutiamo corda et renes. Il serafino biondo gli piaceva; non c'è che dire, gli piaceva, ed egli non se lo dissimulava neanche: segno che il suo peccato era di quelli che si confessano liberamente a sè medesimi, perchè non si credono destinati a portar conseguenze. Il serafino gli piaceva, come piace un bel quadro, mettiamo la Trasfigurazione di Raffaello, o la Comunione di San Gerolamo del Domenichino. Si ammira, si rimane estatici a contemplare, magari ad adorare, ma il sentimento del bello è così puro in noi, che non si forma neanche il desiderio di possedere quel quadro; salvo nel caso che si sia principi della finanza, o rigattieri; due tipi che qualche volta si trovano fusi in una sola persona. Ma fate che per un caso straordinario quel quadro ammirabile vi appartenga; e lo stesso sentimento del bello, così profondo e così puro dentro di voi, farà sì che non vi saprete risolvere per nessun patto a cedere il quadro. Questa è dunque la passione intelligente e schietta dell'uomo per la bellezza, in ogni sua manifestazione. E certo, lo ammetto anch'io, sarà più difficile sentirla così schietta, quando la bellezza si incarni in una donna viva. Ma infine, dato un carattere nobile, e uno stadio iniziale (poichè l'amore stesso ha il suo primo gradino nell'ammirazione) anche una cosa tanto difficile potrà sembrarvi possibile. E non vi parrà più così strano il mio padre Anacleto.