Era infatti il padre Anacleto, e il sottoprefetto lo vide tosto apparire nel vano dell'uscio.

Il sottoprefetto aveva udito parlare più volte della gioventù e della bellezza del priore; ma aveva sempre data la tara alle chiacchiere della gente, pensando che si esagerano sempre le qualità degli uomini misteriosi, quando per l'appunto queste qualità paiono in contraddizione col genere di vita, a cui questi uomini si sono consacrati. Perciò, dovette stupirsi al vedere quell'uomo, più giovane e più bello di ciò che egli si degnava di credere, e punto ridicolo nella sua veste di frate. Il padre Anacleto portava la tonaca con quella medesima disinvoltura, con quella medesima coscienza di fare il comodo suo, che si riscontra negli artisti, pittori e scultori, quando vi compariscono dinanzi con certe zimarre, farsetti, e berrette di velluto, che paiono spiccati da un quadro del Cinquecento.

Il padre Anacleto, per dirvi tutto con una frase vecchia e francese, aveva una bella testa italiana. Perciò voi dovete immaginarvi subito i grandi occhi profondi, dalle pupille nere, circonfuse da una luce azzurrina, le ciglia lunghe, la pelle fine, i lineamenti grandiosi, saviamente accompagnati da una bella barba e da una bella capigliatura ondata e lucente. Il suo volto esprimeva l'onesta alterezza dell'uomo giovane e forte; gli occhi, la nobiltà del pensiero che sa elevarsi per virtù propria e non ama prender nessuno a compagno.

Tutte queste minuzie, che io vi descrivo, non istette ad osservarle partitamente il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia; le colse come a dire in un fascio, e, senza pure volerlo, paragonò quel tipo di maschia bellezza con la faccia dilavata e sciocca del duca di Francavilla. Anche quello era un bel giovane (chi dice di no?); ma bisognava vederlo senza confronti.

Poco, anzi nulla contento del suo esame, il signor sottoprefetto si disponeva a rispondere con un inchino alle prime parole del padre Anacleto.

Il priore era entrato con la carta di visita tra le dita, e le aveva data un'ultima occhiata, prima di attaccare la frase:

—Signor…. commendatore….—

Il vocabolo dava la giustificazione dell'occhiata. Sul pezzo di cartoncino Bristol, che il visitatore aveva consegnato al fratello Giocondo, c'era scritto per l'appunto così: "C. avv. Eudossio Tiraquelli, sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia." Ma quel C, che diavolo significava? Cavaliere, o commendatore? Una persona bene educata non poteva mica fermarsi lì, a domandare: scusi, che grado ha lei nella gerarchia delle umane grandezze? E quella medesima persona, trovandosi ad un bivio di quella fatta, non poteva mica fidarsi di dire: "signor cavaliere"; doveva dire senz'altro: "signor commendatore", anche pensando che se l'interlocutore lo fosse stato davvero, non si sarebbe contentato di lasciarlo argomentare da una semplice iniziale.

Il signor sottoprefetto fece l'inchino che vi avevo annunziato; un inchino che pareva una tacita accettazione del titolo, o un atto di ringraziamento per l'augurio, pensato o involontario che fosse.

—Signor…. commendatore….—diceva il padre Anacleto;—a che cosa posso attribuir l'onore di una sua visita?