— Si, compatitemi; è il sentimento ch’io merito; — rispose Aldo De Rossi, fingendo di non accorgersi del senso di sottile ironia che trapelava dalle parole della signora Vezzosi. — Ora voi vedete la mia grandezza, o signora. Almeno, se vi parrò ridicolo, con le mie sofferenze, non vi parrò un insolente, con le mie confessioni. Rinunzio alla Venere di Milo, e mi perdo....
— Per la Venere che non è stata fatta; — interruppe la signora. — Ma badate, poc’anzi mi avete ferita. Sicuramente, signor Aldo, mi avete ferita. Le vostre lodi, le vostre ammirazioni artistiche, non compensano la lezione che ho ricevuta, e che, mi affretto a dirvelo, ho anche meritata con un povero scherzo. Perchè era uno scherzo, il mio, lo sapete? Ci avevo i miei nervi, quando siete capitato, e volevo stordirmi con quattro chiacchiere.
— Oh, l’ho capito subito; — rispose Aldo De Rossi, inchinandosi profondamente.
L’atto fu così comico nella sua umiltà, che la signora Elena si vergognò del sotterfugio.
— Bene! — diss’ella, col suo risolino stridente. — Ecco una bugia a due voci, la quale non salverà nulla, neanche le apparenze. Ma non importa. Voi mi siete sempre debitore di una riparazione. La esigo, chiedendovi la storia del vostro amore.
— Non c’è storia; — rispose Aldo De Rossi.
— Come? Non s’ha neanche da sapere come è nato? Ogni cosa ha un principio. Voglio il principio della vostra passione.
— Signora... vi pare? — balbettò il giovinotto. — Raccontare ad una donna bella....
— Più bella, bellissima! — interruppe la signora Vezzosi.
— Certamente; — ripigliò Aldo De Rossi; — raccontare ad una donna bellissima in che modo si sia innamorati di un’altra, non vi pare un tantino... scortese?