— Davanti a cui siamo tornati, di chiacchiera in chiacchiera; — disse l’Anselmi. — Ma tu vorrai tornare al Casino.
— No, vado a letto.
— Ecco un predestinato del matrimonio; — esclamò l’Anselmi, ridendo. — Spero almeno che non metterai il berretto di cotone. Ma che c’è? Abbiamo fatto tardi, con la nostra filosofia, e la gente incomincia ad escire; — soggiunse, vedendo una brigatella di persone, uomini e donne, che escivano dal Casino, sull’opposto viale. — Mi pare di riconoscere la voce dell’amico Gerardo. Sono certamente le nostre ballerine, che vengono a questa volta.
— Ritiriamoci in disparte; — disse Aldo.
— Come personaggi di tragedia? Io non la intendo così. Già, a questo lume di luna ci avranno riconosciuto. La donna, come sai, appartiene alla specie felina ed ha la vista acuta, di notte come di giorno. —
Non c’era verso di persuadere l’Anselmi a proseguire la strada. Aldo non seppe risolversi ad andar solo, poichè restava il compagno, il rivale.
Il contino Anselmi non si era ingannato. Erano proprio le loro ballerine del primo valzer che escivano dal Casino, accompagnate dal commendatore Gerardo, dal presidente gran croce e dall’Alcibiade primo, cavaliere Sestavalle.
La signora Elena fu la prima a ravvisare i due fuggitivi.
— Ah, venite qua, voi! — diss’ella, con accento di minaccia. — Abbiamo da aggiustare i conti.
— Signora, aggiustiamo pure; — rispose l’Anselmi, affrettandosi a muoverle incontro.