— Noi, per altro, — ripigliò l’Anselmi, — dobbiamo dire la verità tutta intiera. Eravamo scesi a prendere una boccata d’aria, desiderosi di tornar subito. Ma l’uomo propone e la politica dispone. Figuratevi che abbiamo attaccato una discussione politica.

— Ci avete anche voi questo peccato sulla coscienza? — domandò la signora Camilla.

— Oh, in forma molto veniale, una volta all’anno; — rispose il contino, inchinandosi e saettando un’altra occhiata assassina.

— Credevamo — notò la signora Vezzosi, — che foste andati nella sala del bigliardo, come tanti altri. Sestavalle voleva venirvi a cercare; ma noi non lo abbiamo permesso.

— E Sestavalle, da buon cavaliere, ha obbedito; — replicò l’Anselmi. — Se fosse venuto non ci avrebbe trovati. Noi non avremmo osato mai di piantarci ad una mattonella di bigliardo, in vicinanza di così belle signore. Se almeno anche le signore prendessero la stecca!

— Che idea! — esclamò la signora Camilla.

— Eh, se vi degnaste di provare, signore mie, sareste belle di una nuova bellezza. Minerva non impugnò la lancia? E Venere non s’è compiaciuta di rubarla a Marte?

— Come lo sapete?

— Ho veduta la cosa in molti Musei d’arte antica, disperando sempre di averne un esempio nella realtà. Volete incominciare, signore? C’è un bigliardo discreto, dal Birindelli, all’Acqua della Speranza. Ho veduto ieri mattina giuocare la principessa Solikoff, e vi assicuro che non ci scapitava punto. Se volete, la prima lezione domani, dopo colazione.

— Accettiamo la sfida? — chiese la signora Camilla alla Vezzosi.