Ci sono dei malinconici, i quali, da ogni libro che leggono, vorrebbero che escisse un insegnamento morale. Se questo insegnamento lo chiedono al mio, eccolo qua: Fuggite le passioni, perchè esse guastano il sonno e l’appetito, questi due grandi riparatori della macchina umana.
Ma sì, darla ad intendere! Si ama, ed è questo il più forte bisogno della macchina sullodata, o, se vi piace meglio, dello spirito, troppo raffinato, che presiede ai movimenti della macchina. Predicare allo spirito la necessità di dominarsi, di mortificarsi, di ottenere la pace, è lo stesso che dire all’uomo: — «Tu vivrai, alzandoti da letto alle dieci, ora un po’ tarda, ma indicatissima, per rubare un ritaglio di tempo alle noie della vita. Prenderai, ogni mattina, un bagno freddo, e, se hai passati i trent’anni, anche uno spruzzolo di doccia; indi farai una passeggiata, per riscaldare la pelle e disporre l’esofago alla colazione. La quale non dovrà essere troppo abbondante, per aggravarti lo stomaco, nè troppo succulenta, per riscaldarti la testa. Leggerai un giornale, per tenerti al fatto di ciò che accade nel mondo e non prendere scosse troppo forti, quando un amico ti combina per via e ti spara a bruciapelo le più brutte notizie. Anche quando le notizie non siano dolorose, per te, nè per altri, quell’improvviso: «sai la gran novità?» è sempre fatto per rimescolarti il sangue nelle vene. Stropicciati le mani di tanto in tanto; è un costume sanissimo e chiama una dose discreta di calore alle estremità. Dai frattanto una seconda passeggiatina per le vie, e trova il modo di spicciare in pari tempo qualche affaruccio. Quindi ti ridurrai a casa, o al banco, o allo studio, secondo i casi, per accudire con misura ai tuoi interessi; ripasserai i conti del tuo ragioniere, per saper sempre in che acque navighi; darai qualche ordine, tanto per non perdere l’abitudine; mediterai sull’allevamento del bestiame o sul modo di far rendere trentaquattro sementi al tuo grano. Poi, quando ritorni l’appetito, a pranzo. Ma non in famiglia, poichè non devi aver famiglia. Essa non è indicata come elemento di calma; nasce dall’amore e reca un mondo di sopraccapi. L’uomo savio non ha da aver passioni e deve cansare il pericolo dei sopraccapi in discorso. Indi un’altra passeggiata, anzi una scarrozzata, se si può. Veder tutto, passando a volo, non ammirare, non infiammarsi di nulla, è cosa veramente salubre. La sera, una capatina al teatro, o una visitina di complimento, sfiorando la galanteria, per tenere lo spirito in esercizio, ma non mettendo il cuore nel giuoco, che sarebbe pericoloso in sommo grado. Da ultimo una seduta a caffè, evitando le bibite spiritose, e le compagnie idem; finalmente a letto, con un giornale non troppo divertente, e aspetterai i conforti del sonno.» —
Lettori, questa è la vita dell’uomo giusto, che non s’appassiona di nulla. Vi piacerebbe! Se avete nell’anima qualche cagione di tristezza, risponderete di sì. Se avete l’anima in pace, risponderete di no. E perchè, di grazia? Perchè volete soffrire; perchè volete provarle, quelle benedette febbri, che i filosofi vi consigliano di sfuggire; perchè volete infiammarvi del bello, del vero, del buono, incarnati, se si può, in una creatura diletta; perchè la quiete è la morte dello spirito, e la febbre una necessità dell’umana natura.
Dunque, addio insegnamento morale. Amate, ragazzi, e soffrite. E se vi capita di guastarvi il sangue come Aldo De Rossi, imprecate pure al vostro male e alle sue belle cagioni. Sarete appena guariti, che farete la vostra brava ricaduta.
Povero Aldo! Andò a letto, perchè non c’era da far altro; ma non gli venne fatto di prender sonno. Rimuginava dentro di sè tutto quello che avrebbe voluto dire alla donna crudele. Senza di lei non poteva più vivere. Non pensava mica ad averla; pensava ad essere amato da lei, anche a patto di non ottenerla mai più. Ad ogni tratto, per naturale riscontro, gli tornava davanti agli occhi l’immagine dell’Anselmi. Che vilissimo personaggio, sotto l’apparenza di un gentiluomo! E simili figuri, pensava egli, possono piacere alle donne! Par di sognare, vedendole sempre così sciocche. Ma già, questa è la storia. La migliore di tutte è sempre donna e ci ha sempre in fondo al cuore un pochino di vanità. Che importa a lei, se non è sincero l’omaggio? Le fa testimonianza della sua bellezza, le dimostra il fascino che ella esercita su tutti, e questo è l’essenziale. Essere amata sul serio, o semplicemente corteggiata per capriccio, è lo stesso; tutti gli uomini sono eguali, per lei, se le dicono tutti che è bella. Anzi, no, non sono tutti eguali, ed hanno qualche privilegio a’ suoi occhi coloro che glielo dicono in forma meno drammatica. Certi caratteri gelosi, certi innamorati che girano al tragico, riescono mortalmente noiosi; dànno, è vero, un omaggio profondo, ma vorrebbero impedirne cento, più leggeri e più gradevoli. Leggieri, poi! Chi l’ha detto, che siano tanto leggieri? Gli uomini galanti sono troppo spesso calunniati dai cosidetti uomini seri. Ogni donna intorno a cui si affollano molti vagheggini, crede di poter fermare quello che le piacerà meglio e incatenarlo al suo carro. Che cosa pretende di essere, e di valere più di un altro, l’innamorato geloso e scontroso, che vorrebbe condannarla a rizzar muso come lui, a vivere nel mondo come si vive in un chiostro?
Sì, sta bene, tutto bene; ma la donna, dal canto suo, ignora una cosa. Ignora che ella pure, senza avvedersene, si abbatte ad essere gelosa, e lo è in modo feroce, che fa pena a vederla. Perchè ella tratta da padrona l’amato (non l’ha egli avvezzata al comando?), le accade di dimenticare perfino quei mezzi riguardi, quelle forme di rispetto benevolo, a cui si costringe per lei un innamorato geloso.
Povera umanità, egualmente ammalata nei due sessi, e, quel che è peggio, senza speranza di guarigione! Eccola qui, lettori malinconici, eccola qui, la eterna morale della favola eterna. Siamo un grande ospedale di matti. Fortuna che qualche volta l’eccesso del dolore ci prostra i nervi e una mezza congestione del sangue ci procura i benefizii del sonno.
Ciò avvenne anche al signor Aldo De Rossi. Almanaccò a tutto spiano, torturò lungamente il suo povero cervello, quindi si addormentò. Per altro, il suo sonno fu inquieto, e quando egli si destò e scese dal letto, si vide piuttosto brutto, allo specchio. Quella mattina il parrucchiere non venne a capo di dargli un aspetto piacevole. Immaginate come Aldo ne fosse scontento. Non era vano, vi prego di crederlo; ma gli sarebbe piaciuto di giungere al cospetto delle signore con la sua faccia degli altri giorni.
Comunque fosse, e poichè bisognava mostrarsi, Aldo si recò verso la solita ora al Tettuccio. Le dame non c’erano ancora, ma le vide giungere quindici minuti dopo, tutt’e due nella medesima carrozza. Il primo suo moto fu quello di sfuggirle; ma pensò che doveva essere un uomo e non un ragazzo; perciò, vinta la timidezza, andò loro incontro ed ebbe la fortuna di trovarsi solo al montatoio della carrozza, per dar loro la mano. Fatto quel primo passo, andò avanti abbastanza bene; mortificò il suo onore con una voluttà da anacoreta e trovò il modo di esser umile, riguardoso, gentile. Ma il contino Anselmi, caduto lì per lì, come un fulmine a ciel sereno, nel crocchio, fu gentile ed allegro, sopra tutto allegro. Aldo non lo poteva essere, per quanti sforzi facesse. Quistione di temperamento!
Basta, il mostrarsi gentile era già qualche cosa. La signora Vezzosi fece i suoi complimenti al De Rossi per la calma che gli traspariva dal volto.