— O che? — rispose la signora. — Vorreste che avessero sempre a ripetersi le stesse parole: io ti amo, tu mi ami?
— Non già, bella signora, ma giuocare a picchetto!
— Gran che! Non giuochiamo noi al biliardo? —
A quella scappata della signora Camilla, il contino Anselmi sgranò tanto d’occhi.
— Signora, — balbettò egli, — che avete detto? Noi.... questo riscontro che fate tra essi e noi.... Se fosse vero!
— Non sarà vero niente, poichè il riscontro non esiste; — rispose la signora Camilla, a cui forse non piaceva che si cogliessero le sue parole a volo, come le rondini. — Infatti essi sono in due, e noi siamo in sette.
— Cinque di troppo; — mormorò l’Anselmi, chinando la testa e reprimendo con arte sopraffina un mezzo sospiro.
XIV.
Le regole della buona compagnia permettono questi duettini sottovoce, nel bel mezzo della conversazione generale, a patto che siano brevi. L’obbligo, per gli astanti, è di non sentir nulla; ma c’è sempre il diritto di coglierne tutto quello che si può. Colpa dei due interlocutori, se non parlano abbastanza sommesso e non sanno confondere gli ascoltatori con abili reticenze. Del resto, anche quando si colga a volo una frase, come si potrebbe arguire da essa tutto intiero il discorso? Aldo De Rossi, per esempio, non udì altro che una frase dalla signora Camilla: — «essi sono in due e noi siamo in sette.» — Ma come ricostruire un dialogo galante, su quel semplice rapporto aritmetico?
Perciò il nostro eroe non capì nulla di nulla. Se avesse capito ciò che voleva dire l’Anselmi, certo avrebbe dato di fuori. Ma Iddio misericordioso, che misura il freddo all’agnello tosato, misura anche le sofferenze agli innamorati gelosi.