Il contino Anselmi s’inchinò, senza rispondere. Era furbo, il giovinotto. Rispondere non si poteva che in due modi; o piccato, od umile. Ora il contino Anselmi non voleva fare nè una cosa nè l’altra.
La signora Camilla proseguì:
— Giuocate voi altri, noi staremo a vedere.
— Non sarebbe bello; — rispose l’Anselmi.
— Perchè? Quando i cavalieri vostri antenati combattevano in giostra, credevano forse di dare un brutto spettacolo alle dame? Giuocate, signori, giuocate; noi ammireremo i bei colpi.
— Se si prende una partita a biliardo per una giostra, eccomi a rompere una lancia; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — È l’unica forma di combattimento che sia permessa ad un cavaliere che tocca i cinquanta. A voi, conte Anselmi, lancia in resa e prendete campo, io vi sfido.
— Ed io vi armo il braccio; — disse la signora Camilla, porgendo la sua stecca al Vezzosi. — Vi sia cara quest’arma; essa ha già fatto dieci punti. —
Il commendatore Gerardo ringraziò. L’Anselmi, preso tra due fuochi, dovette rassegnarsi a giuocare senza dame.
Il presidente gran croce, abbandonato dal suo interlocutore assiduo, andò a sedersi sul divano, presso la signora Elena, a cui si era già accostato il cavaliere Sestavalle. Aldo De Rossi rimase libero di sedersi presso la signora Camilla.
— Come siete buona! — le disse, a mezza voce, mentre aveva l’aria di guardare il ventaglio che essa teneva tra le mani.