Ma quale delle due spiegazioni era la buona, in quel caso? Come occorre di tutte le cose che un uomo domanda a sè stesso, mentre la ragione sufficiente di esse è tutta fuori di lui, il contino Anselmi, poveretto, non seppe darsi una risposta, e vide la necessità di fermarsi ad osservare con diligenza i più piccoli indizii. Una cosa sola gli appariva evidente, certissima; che egli aveva commesso un errore di grammatica amatoria, buttandosi troppo avanti, e quasi spiccando il salto, senza sicurezza di cascare in piedi. Grosso errore, errore massiccio, e bisognava prontamente ripararlo.
La cosa non gli tornava difficile. Ripigliare le proprie posizioni, rimettersi in osservazione, è sempre agevolissimo agli spiriti superficiali, agli amatori leggieri, che vi danno la galanteria in iscambio dell’affetto. E sono proprio essi che hanno ragione con la maggior parte delle donne, a cui bastano le apparenze della passione, forse perchè non possono o non vogliono approfondir nulla, in una società come l’odierna, che è tutta una fiera di vanità.
Il termine di tanti studi e di tante meditazioni fu questo, che il contino Anselmi lasciò libera la signora Camilla. Il caso aveva posto sulla sua strada un’altra donna, forse a guisa di riscontro, fors’anche come pietra di paragone. Si accompagnò dunque a quell’altra, e incominciò la sua serie di arguzie galanti. Dico la serie, perchè gli amici suoi lo avevano paragonato, per questo rispetto, ad un giuocatore di carambola, che, riescito a bene il primo colpo, ne manda altri cento di costa a quel primo. Infatti, il contino Anselmi faceva tutto da sè: preparava il giuoco, e poi via, adagino, con garbo, vi faceva la sua infilzata di sciocchezze, che attingevano tutto il loro pregio dal modo facile e gaio con cui erano snocciolate.
Per sua disgrazia, la signora Elena era molto distratta; non poneva mente alle sue arguzie, e, per conseguenza, non ne rideva. Un giuocatore di carambola a cui manchi la galleria (intendete un certo numero d’ammiratori) perde subito il filo. Ora, lo spirito del contino Anselmi, per risplendere della sua luce, aveva mestieri di ascoltatori compiacenti. Non ne ebbe, e a poco a poco languì; quando giunsero davanti all’albergo della Pace, era spento del tutto.
— Anselmi, — gli disse il commendatore Gerardo, — volete venire in giardino, a bere una gramolata?
— No, grazie, Gerardo; — rispose il contino, — debbo tornare all’albergo.
— Un appuntamento? Gatta ci cova.
— Sì, — disse l’Anselmi, con un sorriso di uomo stanco in anticipazione, — la gatta è rappresentata da una risma di carta. Ho un monte di lettere da scrivere. —
Le signore non credettero necessario d’intromettersi, e il contino Anselmi, fatta la sua riverenza, si allontanò. Per fare più presto la strada della Torretta, chiamò una carrozza. Credete pure che ciò fosse per amore dell’epistolario; quanto a me, penso che faceva caldo e che il contino Anselmi non amava scottarsi da solo.
— Errore di grammatica! — andava dicendo tra sè. — Errore di grammatica! Il diavolo mi porti, se ci casco una seconda volta. E la Vezzosi, che mi faceva la distratta! Quella, poi, è innamorata cotta. Ma come non si accorge di quello che avviene? Oppure la Rivanera le serve di copertoio? In fede mia, ecco un copertoio mal scelto! La Rivanera è due volte più bella, a dir poco. È vero che io mi contenterei; — soggiunse egli, sorridendo a sè stesso. — È un fior di donna, la Vezzosi. Ed ecco qua un uomo, — conchiuse ironicamente, — che non farebbe troppo il difficile. Ma appunto per questo, lo lasciano da banda tutt’e due. Basta, sia come vogliono loro, e andiamo dalla cantante. —