Beato carattere, che non si commoveva di nulla! Auguro a voi, amico lettore, di possederne uno compagno.

La cantante ci aveva i nervi. Quella mattina, attaccando i soliti solfeggi, si era accorta di non aver più il suo re sopracuto, per cui amava essere paragonata alla Frezzolini. L’Anselmi, sempre in vena di sciocchezze, le promise di fargliene venire uno da Parigi, e quella spiritosità senza sugo lo fece mettere alla porta. La giornata voleva esser lunga. Il contino si ritirò nella sua camera e si buttò sul letto, a fumare una spagnoletta. Ciò lo condusse a pensare che la sua provvista di tabacco del Levante aveva mestieri di essere rifatta. Stese la mano all’orario delle strade ferrate, che era sul comodino, accanto ad un Figaro di due giorni addietro, e meditò un tratto sulle coincidenze dei treni. Lo studio dovette tornargli facile, poichè, balzato tosto dal letto ed infilzato da capo il soprabito, prese il cappello ed uscì.

Quella sera il contino Anselmi mancò alla conversazione e al ballo del Casino. Le signore non seppero che era andato a passar la notte a Firenze. Probabilmente notarono l’assenza del grazioso perondino; ma non ne fecero argomento di discorso. E nemmeno Aldo De Rossi, vi prego di crederlo. Il nostro eroe si contentò di respirare un po’ più liberamente. Trionfava, direte. Ma ohimè, v’ingannate, non trionfava affatto. La signora Camilla, non essendo più là il contino per fare il riscontro al De Rossi, apparve meno confidente, meno tenera con Aldo; tornò ad essere quella capricciosetta incomprensibile, quella cara sfinge che avete la fortuna di conoscere. Ballò due volte con Aldo, ma senza dirgli nessuna di quelle parole che potevano farlo contento; e ballò anche molto con altri, lasciandosi fare quel che suol dirsi una corte spietata, da mezza dozzina di cavalieri.

La signora Elena, dal canto suo, non mutò di umore, nè di contegno; era distratta il mattino, continuò ad essere distratta la sera.

Che cosa aveva la signora Elena? Ve lo dirò in confidenza; aveva fatto una cosa superiore alle proprie forze e sentiva tutto il fastidio dell’impresa.

Vi è egli mai avvenuto di dire: io non berrò più vino? Oppure: io non fumerò più per un anno e un giorno? Conosco degli uomini che si son resi padroni dei propri difetti, e diciamo pure dei propri vizi. Ma la più parte di questi sperimentatori in persona propria, dopo aver fatto il fermo proponimento, si seccano. La durano dieci, venti giorni, magari anche un mese; poi incominciano a languire, a struggersi dalla voglia, e finiscono come potete immaginarvi, dando ascolto alla tentazione e ritornando al peccato. Gran mercè se il peccato è veniale, come nei due casi citati di privazione volontaria.

Il paragone vi sembrerà volgare. Lo vedo anch’io. Ma, appunto perchè volgare, vi darà una misura proporzionale dello stato d’animo in cui era la signora Vezzosi. Ella si era proposta un sacrifizio assai più grave di quello che si proporrebbe un uomo, di non fumar più, o di non bere più vino per un anno.

A mezza sera, dopo aver fatto un giro di valzer con Aldo De Rossi, la signora Elena si lagnò del caldo soffocante che faceva nella sala.

— Volete prender aria? — le disse il giovanotto.

— Sì, credo che mi farà bene. Ve ne prego, andate nella sala da giuoco e dite a Gerardo che venga a prendermi.