— Volevi parlarmi, — soggiunse la signora Camilla dopo alcuni istanti di pausa. — Domani avrebbero potuto mancare le occasioni. Un momento così propizio come questo non si presenterà più. Siamo qui sole, e i nostri compagni di viaggio, se non li facciamo chiamare, si periteranno di venire quassù. Aggiungo che sei da me, e non c’è neanche il pericolo che tuo marito entri qua, senza farsi annunziare. Parla! —
Elena ammirò la risolutezza di quella personcina, in apparenza così leggera, fatta piuttosto per lasciarsi trasportare dai casi che per dominarli. In apparenza, ho detto, ed anche per la signora Vezzosi, che veramente l’aveva giudicata assai meglio di così. Certi errori non sono possibili tra donne, e l’una conosce l’altra di primo acchito, come noi ci conosciamo a malo stento un giorno prima di morire. Or dunque, la signora Elena aveva da un pezzo conosciuto il carattere di Camilla Rivanera; in quell’impasto di grazia aveva intravveduta la forza; sotto quell’aria di leggerezza aveva indovinato un carattere. Ma certo, non l’aveva immaginata mai così pronta nelle sue risoluzioni, così disposta ad affrontare il pericolo, come essa gli appariva in quel momento, andando incontro agli agguati, alle insidie, ai tranelli d’una conversazione, che non prometteva niente di buono.
Una lotta s’impegnava. Ma quale? Voi, lettori, l’avete già presentita e potreste già in parte descriverne le fasi. Ma le cose non potevano essere già così chiare tra le due dame, ed una di esse, la Rivanera, doveva anzi fingere di non capirne nulla in anticipazione, e mostrar di credere che il discorso annunziato dalla sua amica fosse il più liscio e il più naturale del mondo.
— Camilla, — incominciò la signora Vezzosi, — sai che ti amo. Sebbene queste cose ce le siamo dette finora assai poco....
— Non importa; — interruppe Camilla, con un gesto che dissimulava male l’impazienza, se pur non è da dire che la metteva in mostra; — poche parole bastano ad affermare l’amicizia. L’amore, poi, non ha neanche mestieri di quelle poche parole. —
Elena si scosse e diede alla sua interlocutrice un’occhiata di meraviglia. In quelle parole di Camilla non era a vedersi una sfida? Almeno almeno un invito a tagliar corto? Fosse l’una cosa o l’altra, la signora Vezzosi doveva cogliere l’occasione che gli era offerta di entrare in argomento.
— Tu, dunque, — diss’ella, — saprai che Aldo De Rossi è innamorato di te. —
Ecco, lettori, una donna può sapere molte cose; ma non può sempre sapere qual ragione faccia parlare in un dato senso un’altra donna; specie quando quest’altra incomincia il suo discorso ex abrupto. Non vi parrà dunque strano che la signora Camilla, comunque preparata all’attacco, balenasse al primo urto un tantino. Forse anche questo era un atto meditato, e la perplessità di Camilla serviva di appoggio ad un gesto di stupore, che voleva dire: — che cos’è questa alzata d’ingegno?
— Non ti offendere, sai! — ripigliò la signora Vezzosi, ingannata da quel gesto. — Dirti che il signor De Rossi è innamorato di te, non è già un farti torto.
— No; — rispose Camilla, con un tono tra scherzoso ed ironico. — Rendiamo giustizia ai meriti del signor Aldo De Rossi. È un po’ strano, il signore, e via, diciamo anche un po’ stupido, perchè ogni cosa abbia il suo nome appropriato; ma certo egli non offende una donna, facendole la corte. Infatti, mia bella, ne sei offesa, tu? —