— Sono una donna leggiera, vana, capricciosa, tutto quello che vorranno dire di me tante caritatevoli persone. Oh, non me la prendo, io! Riconosco, anzi, che c’è molta apparenza di vero in questi giudizi. Ci sono dei modi di essere, che fanno l’uffizio della maschera, con cui andiamo al veglione, per non essere conosciute e per far disperare la gente. C’è chi riconosce il viso, sotto la forma di raso nero: ma non importa, la maschera c’è, e ti dà il diritto di parlare liberamente, come se tu non fossi riconosciuta. Dunque, diciamo, leggiera, vana, capricciosa, volubile, e chi più n’ha ne metta. Io, dentro di me, so d’essere tutt’altra. Odio i caratteri falsi, sono assetata di verità; perciò, capirai che non posso amar gli uomini, e che, sopratutto, non posso stimarli. Questi per la bellezza, quegli per la ricchezza, o per la condizione sociale, uno perchè sei libera, l’altro perchè non lo sei più, ci hanno tutti una ragione eccellente per mettersi sul tenero, qualche volta ingannando sè stessi, sempre cercando d’ingannare anche te. Ma parliamo di me, che sono libera. Ho la bellezza, dicono; ho la ricchezza, dice il mio ragioniere, che guarda al sodo e non si confonde con certe lustre. Ora, io te lo confesso sinceramente; sarò matta da legare, ma quando m’accorgo che un uomo non ama in me che una superficie di bellezza, vorrei esser brutta da far paura, per vedere dove va tanto amore disperato; quando m’accorgo che si tratta anche e sopratutto del mio milioncino (sono afflitta da questo guaio, che farci?) vorrei essere povera come Giobbe, per vedere se la mia bellezza, ridotta a figurare tra i cenci, farebbe fare tante pazzie a quell’uomo.
— Aldo De Rossi non bada alla ricchezza; — osservò la signora Vezzosi.
— Lo credo, e gli rendo giustizia in questo particolare; — rispose Camilla. — Ma io parlo in genere, e dico che l’amore è una cosa delicatissima, imponderabile, indefinibile. O c’è tutto, o non vale un bel nulla. L’uomo che ami solamente per amare, e per amare quella donna più d’un’altra, e per amare solamente quella, è possibile trovarlo? Io credo di no. Vado ad altezze vertiginose, lo capisco; ma sono fatta così ed oramai non c’è verso di mutarmi. Ho potuto non chiedere queste cose, quando ero fanciulla ed abbastanza inesperta; ma oggi ho veduto, ho paragonato, ho studiato, cerco quell’amore e quell’amore non c’è. O ci sarà, ed io non l’ho trovato. Sarò come quel tale, che voleva andare ad alloggio nell’albergo della Felicità; ma era tanto distratto a furia di pensarci, che passò rasente e non vide l’insegna. E può anche darsi che il tuo De Rossi sia l’uomo ch’io cerco; e può anche darsi che non lo sia. Non l’ho studiato, e gli è come se non lo fosse.
— Già, — notò ironicamente la signora Vezzosi, — tu l’hai per uno stupido!
— Oh, questo non vorrebbe dir nulla; — rispose con molta tranquillità la signora Camilla. — Ci s’innamora male, degli uomini di spirito. Sono come le donne letterate, che abbagliano annoiando, o come i cani sapienti, che fanno tante belle cose egregiamente, salvo quella per cui i cani sono ammessi agli onori della domesticità. Un povero canino da pagliaio, che non sa dar la zampa, nè saltare il cerchio, nè andar ritto da un capo all’altro della sala, ama il padrone, lo segue fedelmente e ne custodisce la casa. Non fo torto al signor De Rossi; dico soltanto che un uomo simile non farebbe per me. Ci avesse almeno il buon gusto di dedicarsi ad una donna, di non vedere e di non servire che a quella! Ma no; lo vedi girandolare da questa a quell’altra, con una facilità che dimostra tutta la sua leggerezza, di cuore e di spirito.
— Eh via! — disse la signora Vezzosi. — Tu gli fai torto, adesso. Egli va in società, come ci vanno tutti i suoi pari. Perchè accusi lui solo?
— Lui solo, certamente, perchè nessun altro va in società come lui, con quell’aria di voler parere una eccezione ambulante. Gli altri, a buon conto, non si piccano di apparirti diversi da quelli che sono, mentre egli, il tuo De Rossi, — (la signora Camilla appoggiò maliziosamente sul pronome possessivo) — fa il filosofo meditabondo, l’uomo dei grandi concetti e dei profondi dolori. L’ho veduto in molti luoghi, a balli, a conversazioni, a teatri, sempre inguantato, incravattato, insaldato, i capegli ravviati con una diligenza miracolosa, la divisa condotta a pennello fino alla nuca, le ciocche lucenti sulla fronte; e da per tutto con quel suo cipiglio imbronciato e scontroso, come un uomo che mediti un suicidio.
— Non è certo come l’Anselmi; — osservò la signora Vezzosi.
— Oh no, — riprese Camilla, — e viva l’Anselmi, con la sua faccia serena e il cuor contento. È uno sciocco, te lo concedo, ma uno sciocco che non fa male. L’insegna non ti tradisce. Ride, distilla continuamente il suo spirito; qualche volta ci riesce e qualche volta no; ma in fine, non ha l’aria di volerti dare una lezione ad ogni batter di ciglia, e, sopra tutto, non si atteggia a rubacuori.
— Lo credi?