— Ed è per questo che vuoi... — incominciò Camilla.
Ma si trattenne subito; e la signora Vezzosi, volgendo gli occhi alla sua interlocutrice, vide l’aria di vivacità, quasi di collera, che stava per accompagnare la frase; ma non uscì altrimenti la frase.
— Parla! — disse la signora Elena. — Che cosa sono queste tue reticenze? Tu pensi il male e non hai cuore di dirlo. Bada, Camilla; hai incominciato, devi finire.
— E sia, finirò: — rispose Camilla. — Se è un cattivo pensiero, tu lo combatterai ed io ne avrò liberato il mio cuore. Elena, io dubito che questo tuo colloquio... che questa tua raccomandazione a favore di Aldo De Rossi... o miri a scoprir terreno... o a coprire una tua passione, che può essere stata osservata. Dimmi che non è vero! —
Ma nell’atto di finire la sua invettiva, Camilla ebbe argomento di pentirsene. Elena si era abbandonata contro la spalliera del sofà, coprendosi gli occhi con le palme, come per frenare le lagrime.
— È orribile, ciò che supponi; — diss’ella, singhiozzando. — È orribile, ed io non meritavo questi crudeli sospetti. —
Turbata, confusa da quello scoppio improvviso, ma più ancora commossa da quell’accento di verità, Camilla gittò le braccia al collo di Elena.
— Via! via! Non ho detto nulla, sai? Dimentica, te ne prego. È effetto del mio umore selvaggio. Ci sono certi momenti, che m’accorgo di essere cattiva. Ma vedi, mi ha resa tale il mondo, che è tutto una guerra d’imboscate e di tradimenti. Non piangere, te ne supplico, non piangere! Fa conto ch’io non t’abbia detto nulla. Io non mi alzo di qua, se tu non mi perdoni.
— Ti ho perdonato; — rispose la signora Elena, traendo faticosamente il respiro, che le era mozzato dai singhiozzi. — Ti ho perdonato. Ma tu, ascolta un consiglio. Ama; è il rimedio ai cattivi pensieri. Ama; è anche il nostro destino, a cui non possiamo sottrarci senza pericolo. E ama senza dar cagione di gelosia all’uomo che hai scelto per signore dell’anima tua.
— Mi domandi una cosa grave, quasi impossibile; — rispose Camilla, abbracciando la signora Elena e tergendo le sue ultime lagrime. — Ma sai che, per dispormi a tanto, bisognerebbe trovare un uomo perfetto? E forse, trovandolo, mi annoierei della sua stessa perfezione. Perdonami, è ancora un resto della mia cattiveria naturale. E senza dargli cagione di gelosia, dovrei dunque rinchiudermi in casa come una schiava nell’harem. Perchè l’uomo sospetta di nulla, perfino d’un volger di ciglia, lo sai. Inoltre, c’è questo da osservare, mia bella; l’uomo si riposa troppo facilmente nella vittoria; più si sente amato, e meno riama.