— L’uomo, forse; — replicò la signora Elena; — ma quell’uomo, quell’uomo che hai scelto, quell’uomo che ami, non è più della specie degli altri, come tu non sei più simile alle altre per lui. E poi, — soggiunse la signora Vezzosi, animandosi, — che importa pensare a ciò che avverrà? L’amore è una fiamma che consuma e purifica; non ti curar di cercare se dovrà rimanerne un pugno di cenere. E non temere di essere, o di apparire una schiava. Benedetta schiavitù! Per un uomo che io sentissi di amare, Dio mi perdoni, accetterei di essere ridotta in eterna miseria, e di non veder più la luce del sole. Senti, bambina mia, è il gran fine della vita, l’amore. E sia grande, profondo, immenso; giustifica tutto, redime tutto, santifica tutto. A che ti servono questi vagheggini, che han preso l’amore per un trastullo delle ore d’ozio? Ti dicono che sei bella. Gran che! Non te lo dice il tuo specchio, e senza chiederti nulla in compenso? Poi, vedi, lo dicono a te, come lo dicono a tante, secondo l’umore della giornata, e per vedere se mai la lode non t’inducesse in tentazione. Esser tentata da vanitosi siffatti! — esclamò Elena, con atto di ribrezzo. — E sapere che, mentre parlano, stanno formando un disegno su me e applaudendosi delle loro trovate! Ci sarebbe ragione di fuggire mille miglia lontano, se non si fosse certe di poterli confondere con una allegra risata. Ma bada, bambina mia, bisogna saperla buttar là, quella risata, ed in tempo, chè non abbiano campo a sperare, nè agio a vantarsi. Il timido silenzio, lo sguardo soave, il verecondo sorriso, serbali per l’uomo che potrai ascoltare, quando ti avvedrai che parla dalle sue labbra la verità, non orpellata da vani complimenti, non raffidata da troppa sicurezza di sè.
Così parlava la signora Elena, resa eloquente dalla profondità del sentire. Camilla era stata ad udirla con molta attenzione, e quasi sospesa al suo labbro. Com’ella ebbe finito, le si accostò per bisbigliarle all’orecchio:
— Tu ami, Elena. Chi ami? Ed hai avuto fortuna dall’amore?
— Io? — disse la signora Elena, scuotendosi. — No; sono una povera donna ferita.
— Tu? così bella?
— Eh, la bellezza non ci ha nulla a vedere, pur troppo! E poi, dove è la donna così bella, che non sia vinta da un’altra, più bella di lei, o che sembri tale agli occhi di un uomo? Senti, bambina mia, — soggiunse amorevolmente la signora Vezzosi, che quella risoluzione pacifica del dialogo aveva messa in vena di tenerezza; — l’uomo che ho amato.... Non dovrei parlarti così, io; ma infine, è un peccato, e i peccati si confessano. L’uomo che ho amato mi paragonava un giorno ad una statua di Fidia, ma per pospormi nel medesimo tempo ad un’altra donna.
— Che sarà stata, m’immagino, una statua di Prassitele; — osservò la signora Camilla.
— No, — rispose la signora Elena, — egli fu più galante e più crudele di così. Paragonò quell’altra al capolavoro che non era stato mai fatto da un artefice mortale, alla figura di donna che Fidia aveva intravveduta nei sogni della fantasia, ma che non aveva saputo effigiare nel marmo.
— Al giro della frase lo si direbbe un complimento del contino Anselmi; — notò Camilla, sorridendo.
— No, non è suo; — rispose Elena. — L’Anselmi non direbbe tanto bene di una donna assente, a scapito della donna presente. Quell’altro è più schietto, anche a risico di far soffrire un povero cuore di donna. È forse per questo, — disse la signora Vezzosi, come parlando a sè stessa, — che anch’egli è condannato a soffrire?