— Che dici tu, ora? — esclamò Camilla, a cui parve d’indovinare. — Chi era quest’uomo? E chi era quella donna?
— Chi era? — ripetè la signora Vezzosi. — Lo chiesi a lui e non potei strappargli il suo segreto. Non ne avevo il diritto, poichè egli non mi aveva ingannata, non mi aveva detto mai una parola d’amore. Ma volevo conoscere ad ogni costo quella donna, che era agli occhi suoi tanto più bella di me. Feci patto di rassegnarmi all’ultimo posto, se ella era degna del primo. E l’ho conosciuta, e ho dovuto dargli ragione; la donna che egli amava era più bella di me, più bella di molte a cui non oserei paragonarmi; — soggiunse modestamente la signora Vezzosi. — Ed io mi sono rassegnata; vedi, Camilla? mi sono rassegnata, e, fedele al mio patto, ho lavorato per lui, cercando di ravvicinarlo a quella donna e di intercedere per lui.
— Tu hai fatto ciò? — disse Camilla, stupita. — Hai potuto far ciò? Ma non è cosa di donna; è superiore alle forze d’una donna.
— Non lo è stato alle mie, come vedi; — rispose la signora Vezzosi.
E nascose, ciò detto, la fronte nel seno di Camilla.
— Che vuoi che ti dica? — riprese quest’ultima. — Sei migliore di me; e non meriti di piangere, come fai, per cagion mia, ma, te lo assicuro, senza mia colpa.
— Oh, non badare alle mie lagrime; — rispose Elena. — È il ricordo che mi fa piangere. Ma sono forte, sai? Ti avrei io detto ogni cosa, con tanta sincerità di cuore, con tanta libertà di spirito, se non fossi forte?
E sollevò la fronte, parlando così, e si provò a sorridere, coi lucciconi alle ciglia. Vi risparmio qui la bella immagine del cielo che si rasserena attraverso le ultime stille di pioggia, perchè veramente se n’è troppo abusato.
— Andiamo; — disse Camilla, cingendo tra le sue braccia la vita di Elena, come se volesse sollevarla di peso dal canapè. — È tardi e i nostri signori si annoieranno di aspettarci.
— Ah sì, li avevo dimenticati; — rispose Elena. — Ma tu mi ascolterai, non è vero?