— Ne parleremo.

— No, tu devi ascoltarmi; devi dirmi di sì.

— Te lo dirò poi; — replicò Camilla. — Non sono cose da prendersi così alla leggera. Bisogna pensarci su. Te lo dirò poi; — ripetè; — anzi meglio, te lo scriverò. La parola scritta ha questo vantaggio, che essa permette di legger meglio nell’animo, mentre si esprime il proprio pensiero. Capisco che è male lo scrivere. Una donna non dovrebbe mai darsi a questa occupazione pericolosa. Almeno, — soggiunse Camilla, — fino a tanto che essa è la serva umilissima degli uomini e la nemica naturale delle donne. E padroni e nemici sono cattivi depositari dei nostri segreti, ne convieni? Ma io farò questo per te, e tu ci vedrai una prova d’amicizia confidente, che è l’amicizia del presente e del futuro. Dammi un bacio, bella mia; ti sembra sincero, questo? —

La signora Vezzosi baciò l’amica con effusione, su ambe le guancie. Ma la povera bella aveva ancora i luccioloni sulle ciglia.

— Via, rasciughiamo le lagrime; — disse Camilla. — Se fossi un uomo, in fede mia, ti direi di seguitare, perchè sei bella così, e perchè le lagrime di una bella donna si bevono volentieri. È scritto in tutti i romanzi, e a me qualche volta verrebbe voglia di piangere, per vedere se gli uomini usano ancora di dirlo. Ridi? Va bene, ed io mi lodo delle sciocchezze che dico così spesso e così volentieri, se esse hanno la virtù di rasserenarti. Ecco intanto due donne che hanno avuto colloquio per un uomo, senza farsi giuramento di inimicizia eterna. Non è vero che siamo calunniate dagli uomini? Ma già, — conchiuse filosoficamente Camilla, — fino a tanto che comanderanno loro, e i libri li scriveranno loro, sarà così e ci vorrà pazienza. Non ti pare? —

La signora Vezzosi, scambio di rispondere, abbracciò nuovamente Camilla. E rasciugate le lagrime, escì insieme con lei dal salottino.

XVII.

Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma, felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture. Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva, che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così, lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e che la compensazione sia il fatto costante.

Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento? Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno?

Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire, doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in premio di una sapiente scappata.