— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi.

— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore... di comprometter voi? —

Il contino fece la bocca da ridere.

— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi.

— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva con accento sarcastico.

— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera, essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?....

— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un risolino sardonico.

— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi.

— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne sarà felicissimo.

— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca minaccia.