— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto andar fuori.
— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a Monsummano.
— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa. Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla.
— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il commendatore Gerardo.
La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi.
— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è l’essenziale. —
Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del suo gentile intervento.
Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue. La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta.
— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella parte. — Vi dirò tutto. —
Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi: