— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le regine; — replicò l’Anselmi.
— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno sentito tutti, e credo che vi diano torto.
— Tutti, poi!
— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da ogni parzialità. —
La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente piacevole per lui.
— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. — Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. —
Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ogni giudizio intorno alle arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono male all’orecchio.
— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? —
La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi sibilante.
— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi.